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Paolo di Tarso e Giovanni Leonardi. Un unico grande amore per Cristo


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Il linguaggio dei numeri

s paoloTra le abituali modalità con cui oggi, attraverso molteplici mezzi, la informazione non solo viene immessa nei circoli comunicativi, ma spesso risulta anche adeguatamente soppesata, primeggia quella dei parametri numerici. Questi ultimi appaiono sempre più assidui al punto che si finisce per conferire loro una carica di significazione valutativa forse fin troppo eccessiva e a volte senza dubbio decisamente meccanicistica.

Tuttavia non c’è dubbio che, tanto per restare alla tematica proposta, desta sicuramente una certa particolare sensazione il notare come per ben 37 volte compaia la voce “San Paolo” nell’indice analitico ubicato al termine del volume in cui sono raccolti i SERMONI di San Giovanni Leonardi e del quale curai la pubblicazione nel 2003.

Per di più va osservato come questa nota di merito appena accennata non tenga conto dei tanti altri richiami esegetici ugualmente messi in relazione con l’Apostolo. Difatti questo tipo di rimando appare largamente diffuso qua e là nelle carte dell’ampio manoscritto anche se, ovviamente, spesso ciò avviene in maniera soltanto implicita. Ma è evidente che questi ultimi riferimenti, ancorché in sede di decodificazione critica mi si manifestassero chiarissimi nel loro nesso ascetico, siccome però sul piano della stretta formalità lessicale non apparivano esplicitati in modo diretto, naturalmente non potevo catalogarli in quel preciso e determinato elenco.

A questa prima indicazione bibliografica, e sempre in rapporto alle Epistole lasciateci dall’Apostolo, vanno poi ad assommarsi altri collegamenti i quali, a loro volta, sono presenti con frequenza anche nelle lettere del Santo. Qualcuna di queste espressioni viene riportata addirittura con la citazione testuale della corrispondente pericope  paolina, qualche altra invece, pur rivelando con limpidezza la propria matrice di provenienza, appare però riproposta addirittura in gergo e quindi mutuata dal padre Giovanni con delle formulazioni linguistiche decisamente personalizzate.

 

Non altro che Cristo

Scrivendo alla comunità cristiana di Corinto San Paolo affermava di “non sapere annunciare altro se non Gesù Cristo, e questi crocifisso” (1 Cor 2, 2).

Proprio nella scrupolosa fedeltà a un simile progetto di vita e fermamente legato a questo magistero così radicale e totalizzante, Giovanni Leonardi conformò ogni attimo della sua esistenza.

Difatti, a sicuro e comprovato sigillo di quanto ho appena scritto, mi limito a riferire solo un minuscolo frammento desunto da una sua lettera, fra i tanti che potrei citare al riguardo.

Il 16 settembre del 1603 ammoniva con paterna ed intensa emozione i suoi religiosi ad avere sempre:
Avanti gli occhi della mente nostra solo l’onore, il servizio e la gloria di Cristo Gesù Crocifisso”. L’assoluta evidenza comparativa dei testi dispensa dal dover, anche minimamente, sottolineare come, nel fugace ed essenziale documento epistolare, si provveda a stilare una vera e propria commossa parafrasi del brano biblico appena riportato nel primo capoverso di questo paragrafo.

Si noti, però, che -in termini di assoluta ed esigente chiarezza, oltre che di esistenziale e realistica aderenza-  quel decisivo messaggio viene esposto alla personale tenuta di un gruppo di giovani i quali sanno benissimo di essere dei concreti ed effettivi protagonisti della loro storia, ma che si accingono a giocare il proprio futuro esclusivamente sulla scorta di una carismatica guida spirituale alla quale si consegnano con cieca fiducia.

Tuttavia la nota più rilevante da cogliere è un’altra.
Su di essa mi corre ora il responsabile obbligo di richiamare l’attenzione con estrema premura.
Essa consiste nel dover prendere atto che l’esortazione qui riferita certamente non è affatto la registrazione di un estemporaneo invito prodottosi con modalità episodiche ed occasionali, magari soltanto perché sollecitato da una qualche necessità risultata determinante in quel momento a motivarne la stesura.

La realtà più affascinante è che, al contrario, tanti altri scritti leonardini ci testimoniano come quella fermissima indicazione costituisse una sua costante assiomatica così continuamente ricorrente da rivelarsi perciò, nitido specchio di un suo costitutivo e radicato convincimento di fede. Egli avvertiva, con scrupolo, l’esigenza apostolica di dover riversare quel patrimonio, come preziosa eredità, verso chi si rendeva disponibile a percorrere il suo stesso itinerario.

Perché ne fossero ben scandite in piena coerenza le differenziate stagioni del personale vissuto, il Santo prestò sempre vigile e premurosa attenzione alle direttrici di un singolare quanto misterioso tracciato che da tempo percepiva tra gli inconsci risvolti del proprio interno. Quegli sparsi segmenti, riannodandosi progressivamente tra loro, man mano configurarono -nella devota specularità del suo animo- le grandezze di un progetto forse inizialmente a malapena intuito, ma che intanto gli si andava dipanando con maggiore chiarezza ogni giorno di più grazie al suo umile atteggiamento di premuroso e adorante discernimento dello Spirito.

 

“Con Lui misurate le cose”

A piena conferma dell’assunto or ora chiarito, dirò che il titoletto preposto al capoverso l’ho desunto direttamente da un’altra sua lettera, quella cioè del 16 maggio 1592.

L’invito assai fiducioso, ma anche altrettanto fortemente perentorio, per un verso evoca un lessico tecnicamente familiare per chi un tempo, sul bancone della spezieria era stato obbligato a dosare con attenzione il farmaco e per l’altro, alla luce meditativa della parola rivelata, riconosce il solo Medico in grado di salvare l’uomo teso in un difficile processo di rinnovamento e di liberazione dal male.

Infatti tutta la sua vita ne fu -di questo fermissimo convincimento- la più coerente e leggibile esegesi interpretativa.

Dalla esperienza di laico impegnato, praticata prima di tutto nel giovanile e rigoroso fervore riformista tra i  Colombini di Lucca, proprio alla stregua di un vero neofita; a quella poi della seria e responsabile dedizione professionale presso la spezieria di Antonio Parigi per la quale Benedetto XVI lo avrebbe proclamato celeste patrono dei farmacisti; successivamente quale presbitero in Lucca e, per quella porzione di Chiesa, sollecitato ad ogni forma di annuncio evangelico: privilegiando in prima istanza i fanciulli, ma subito dopo rivolgendosi anche agli adulti con specifici incontri di catechesi svolti nell’oratorio della Rosa;e poi come fondatore di una nuova famiglia religiosa; e ancora quale riformatore di antichi istituti monastici su diretta committenza pontificia; e infine progettando a Roma una rinnovata missionarietà di vasto respiro evangelico e adeguata ai mutati confini -anche geografici- dell’umano.

In un contesto ecclesiale lacerato spesso soltanto da astiose polemiche e da vuoti verbalismi che, nel migliore dei casi, si rivelavano quanto meno puramente accademici, propose quale unico punto di riferimento innovativo per l’uomo che si pone alla ricerca della sua vera identità solo i chiari lineamenti della figura di Cristo.

 

Un duplice nutrimento

Con una raffinata modalità che raramente è dato cogliere, il dono carismatico di Giovanni Leonardi si esprime anche attraverso la singolare capacità di realizzare una originalissima ed efficace sintesi.

Il Santo Fondatore viene a collocarsi tra istintive attitudini intellettuali e l’incalzante dinamismo etico -evangelicamente contagioso- che gli derivava da una crescita personalmente voluta con forte decisione e perseguita con altrettanta irremovibile costanza in virtù di una trainante suggestione interiore da lui avvertita in maniera affascinante ed irresistibile.

Per onestà storica va riconosciuto che tante componenti dottrinali e diversi presupposti di costume derivarono alla sua formazione giovanile certamente da substrati culturali ben relazionati ad un preciso ambiente di religiosità e di culto. Purtroppo a onor del vero, nella sua CRONACA relativa alle primissime origini dell’Istituto Leonardino, Cesare Franciotti ci fornisce un quadro non proprio esaltante, ma anzi assai drammaticamente avvilente di quel contesto cittadino. Comunque, pur al di là di queste innegabili contraddizioni interne alla realtà lucchese, non è difficile ravvisare come -ciononostante- dall’identica cerchia provenga al Nostro, in ogni caso, una innata carica di notevole sensibilità estetico-mistica.

Tuttavia questo originario connaturato patrimonio, viene poi però intensamente potenziato per la saldatura che il protagonista riesce a realizzare col nutrimento dello spirito da lui assai ben metabolizzato, intanto attraverso uno studio particolarmente attento e severo. Ciò avviene prima di tutto con le discipline umanistiche grazie alle quali, difatti, non di rado campeggiano nei suoi scritti frequenti apporti della classicità.

Ma la sua crescita interiore avviene soprattutto in virtù di un’appassionata quanto meditata lettura del dato rivelato. Per averne una minima conferma basterà pensare anche semplicemente all’infinito numero delle citazioni scritturistiche cosparse con abbondanza nei testi conservati fino a qualche tempo fa nel geloso segreto degli Archivi ed ora messi finalmente a disposizione degli studiosi. Si tenga presente poi -secondo quanto ho potuto largamente dimostrare in diverse altre sedi- che gli stessi brevi segmenti biblici vengono riferiti dal nostro autore con il solo supporto della memoria.

 

Il “Volto Santo” di Lucca

Come non ravvisare allora nella intensa cristologia di San Giovanni Leonardi, da lui riproposta sempre con rinnovato impatto emozionale e perciò resa quasi plasticamente tangibile, come non cogliere in quei ripetuti, insistenti messaggi, in quell’annuncio costantemente proclamato, come non percepire -dicevo- una indelebile, persistente reminiscenza a lungo custodita nel suo animo con profonda emozione e venerata con familiare trasporto?

Difatti sono unici e inconfondibili i tratteggi attraverso i quali -dalla notte dei tempi- nella cattedrale di Lucca si mostra, a chi devotamente si sofferma, la severa e pur dolcissima immagine del “Volto Santo” .

Nel Cristo certamente crocifisso, ma solennemente ammantato di fastosi abiti e adorno di corona regale, l’antica e ieratica icona rende visivamente percepibile l’umiliazione e il dramma della morte, ma anche la certezza esaltante del mistero pasquale.

Giovanni Leonardi se ne immedesimò talmente al punto da far del tutto sua quella identificazione mistica con il Maestro Divino già enunciata dall’apostolo Paolo (Gal 2,20).

A livello di personalissimo segnale grafico, il nostro Santo abitualmente si lascia contraddistinguere per una scrittura assai marcata e quindi vigorosamente vistosa, oltre che assai difficile da decodificare. Ebbene, proprio all’interno di un ben definito sermone, per l’esattezza, quello intitolato: “In die exaltationis Sanctae Crucis”, l’autore provvede a stilare soltanto sul bordo del manoscritto e attraverso minuscoli quasi impercettibili caratteri, come per un senso di signorile e riservato pudore, una postilla infuocata di amore.

In essa è virtualmente enunciata la massima sublimazione che si possa concepire della Croce. Scandalo e stoltezza per alcuni, come scrive Paolo (1 Cor i,23), qui è percepita addirittura in termini di gioiosa esplosione emotiva.

A quella sdrucita carta padre Giovanni consegna tutta la piena di un appagamento assolutamente non dicibile con povere e semplici parole umane (2 Cor 12,4).

 

Testamento ascetico

Volendo focalizzare in un estremo compendio tutto quanto ho cercato di esporre in queste scarne annotazioni, sono soprattutto due le sollecitudini pastorali che il Leonardi ha recepito dal singolare magistero di Paolo di Tarso.

Dalla carta 461 alla 464 dei SERMONI, e proprio commentando una pericope della seconda lettera ai Corinzi (2 Cor 6,3), il Santo ci affida una specie di testamento spirituale visto che, rispetto agli altritesti omileticiquasi tutti legati alle sue prime esperienze di presbitero della diocesi lucchese, questo sembra aver avuto una redazione, invece, in tempi non lontani da quella che sarebbe stata poi la conclusione della sua giornata terrena.

Innanzitutto: Non vanificare il dono di Dio.
Solo chi è passato, dall’angosciante buio di un tunnel, al fulgore della “via di Damasco”,  può esortare a “non accogliere invano la grazia di Dio” (2 Cor 6,1).

A quella data padre Giovanni aveva ormai fatto delle esperienze assai sofferte, in qualità di riformatore pontificio e come inviato personale di Clemente VIII, presso la Madonna dell’Arco, a Montevergine, a Vallombrosa e a  Montesenario. Le stesse, inoltre, si erano poi sommate alle lacune ecclesiali già viste nella sua terra di origine. Ed ecco la ragione per la quale non aveva esitato nell’inviare a Paolo V il coraggioso “Memoriale per la riforma di tutta la Chiesa”.

Questo spiega perché, testualmente, ora si premuri di scrivere: “Attendiamo, di gratia, di non haver ricevuto la gratia di Dio invano e non corrispondere con le nostre operationi”.

Il secondo passaggio non può essere altro che il conseguente, positivo progetto di vita con il dovere di una “purità candida e santa della vita cristiana perché il buon cristiano si deve non solo guardare dal male, ma anche ab operibus mali”.

La citazione del frammento paolino, registrato in questo caso con modalità addirittura testuali, per davvero non ha bisogno di commento, ma solo di filiale gratitudine storica.

 

Un occhio stupefatto per l’incanto

Dopo tanti anni, nel corso dei quali, attraverso la pubblicazione di una quindicina di volumi, ho portato avanti le mie investigazioni archivistiche sulla figura del nostro Santo Fondatore non esito, ancora oggi, a confessare più che mai una mia rinnovata, profonda ammirazione verso di lui.

Infatti, è veramente impossibile non restare commossi nel proprio intimo ed esimersi da una  totale, gradevolissima suggestione nel constatare come -quale che possa essere l’argomento trattato- Giovanni Leonardi abbia il dono di articolare le sue meditate considerazioni in modo tale da annodarle -comunque e in ogni caso- sempre intorno a un unico, irrinunciabile polo di riferimento vitale costituito -perennemente- dalla persona di Cristo Gesù di Nazaret.

Ancorché si esprima in un organico quanto articolato tessuto di fede, questa “lettura” del Maestro  -dai connotati così spiccatamente paolini innanzitutto nelle tematiche, ma frequentemente persino nel più esplicito strumento lessicale- viene percepita e contemplata dal Santo in una personalissima dimensione assolutamente originale.

Essa si definisce per una eminente modalità capace di contraddistinguere la propria qualifica sotto forma di un singolare tracciato cui viene rivendicata precisa e piena autonomia ascetica.

Per quanto a un osservatore esterno e distratto un certo esito possa anche sembrare apparentemente distante o addirittura impossibile -per la specifica trattazione che è in oggetto- il nucleo centrale del pensiero cristologico leonardino è così profondo e determinante da offrirgli in ogni momento la virtuale e irripetibile potenzialità di evolvere in modo tale da concludere qualsiasi percorso meditativo  puntando il suo occhio -perennemente stupefatto per l’incanto- sempre e comunque solo sulla figura del suo Maestro Divino.
                                                                                         
Vittorio Pascucci OMD

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