25smo missione_indiana9 ottobre 2019.    1. Essere qui e tentare di assorbire la potenza dello Spirito che soffia da secoli su questo luogo, sul battistero dove i coniugi Leonardi portano il loro bambino, in questa chiesa che ha accolto le sue prime preghiere, le sue prime celebrazioni eucaristiche e successivamente ha raccolto la tempesta dolorosa nel suo cuore innescata dalle avversità e dal rifiuto nei suoi confronti creati ad arte …Qui certamente si è rifugiato quando è dovuto partire di nascosto, la mattina presto, senza salutare i confratelli, i suoi figli spirituali, spaventati perché lo avevano accolto per un giorno, benché avesse la protezione delle bolla pontificia, mentre gli avversari erano alla porta, pronti a chiudere ogni canale di sostentamento. In questo luogo, mi piace crederlo, Giovanni Leonardi ha trovato tanta pace e invece di rinunciare ai sogni ne ha concepito di più arditi, come varcare i confini dell’Italia, confini abbastanza stretti intorno a lui, quasi a diventare mura di detenzione, e da qui ha guardato il mondo e le sue necessità, l’urgenza di essere evangelizzato lo ha spinto a formulare un progetto con il quale diversi secoli fa egli è approdato alle Indie.

Secondo le nostre tradizioni, quando egli consultò il suo confessore esprimendo il desiderio di partire per la missione, gli fu risposto: Padre Giovanni, le tue Indie sono l’Italia.

Da questo rifiuto è nata Propaganda Fide, oggi Congregazione dell’Evangelizzazione dei Popoli, che deve proprio al Leonardi la sua ideazione. Una di quelle idee che facilmente si definiscono stramberie, stranezze, fantasticherie, e poi quando pian piano prendono forma e si concretizzano manifestano tutta la forza profetica proveniente dallo Spirito.

Andare nelle Indie fu il sogno di Giovanni Leonardi, sogno compiuto in maniera imprevedibile, da altri protagonisti, che perciò conserva fino ad oggi la sua inarrestabile valenza di intuizione grandiosa, una di quelle che riempiono la vita non di una sola persona, ma di una moltitudine.

Con il 25° che celebriamo oggi, forse non corrispondono i numeri: è una storia molto più antica, ma corrisponde l’ideale e più ancora corrisponde una Parola, la Parola, quella che abbiamo ascoltato e che non può non riscaldare il nostro cuore e la nostra volontà.

2. Se oggi ascoltiamo la Parola di Dio accolta, interpretata e vissuta da San Giovanni Leonardi, anche noi usciremo convinti che la nostra esistenza non può essere contenuta entro i semplici schemi a cui ci siamo adattati: tutti dobbiamo uscirne, tutti dobbiamo diventare portatori di questo messaggio, con lo slancio giovanile di chi si imbarca su una nave o su un aereo, oppure di chi più pragmaticamente si mette a disposizione della stessa Parola in ambito più familiare ma non per questo meno bisognoso dell’annuncio. Quando faremo nostre le indicazioni di Papa Francesco che spinge la Chiesa a mettersi in uscita, allora ci accorgeremo che tanti fratelli e sorelle lo hanno fatto prima di noi.

Qual è la caratteristica degli annunciatori che Gesù manda a preparare la strada davanti a lui? Cosa devono portare? Come devono vestirsi? Cosa devono studiare? La sobrietà, mi piace chiamarla così, che gli apostoli dovranno indossare, è funzionale al contenuto di quello che annunciano. Non servono studi prolungati, non servono apparati elettronici potenti e sofisticati, non servono vestiti sontuosi: quello che serve è la fede, la fede, la certezza che la Parola basta a se stessa, che se io credo la Parola esplode, fa i miracoli, guarisce i malati…quando gli apostoli tornano e raccontano a Gesù dimostrano con la loro meraviglia che ancora non avevano compreso, dicono: anche satana era sottomesso a noi…se diciamo la Parola di Gesù, anche i malati guariscono, anche gli spiriti immondi sono allontanati.

La Parola annuncia il Regno, il Regno è Gesù. Abbiamo ascoltato questa Parola? Abbiamo accolto Gesù? Come lo accolse Giovanni Leonardi, come lo hanno accolto tanti e tante nella chiesa? Senza cavilli, senza vestiti belli, senza cercare il primo posto? …Questo è l’annuncio. L’annuncio prima di tutto deve conquistare noi. I primi a esserne investiti, i primi a cambiare vita, i primi a mettersi a disposizione, i primi a raccontare con emozione quello che il Signore ha fatto per noi. Gesù è la Parola, quando l’ascolti, quando l’accogli la vita cambia, comprendi che ormai gli appartieni. Gesù, il salvatore, il Verbo di Dio incarnato, è lui che ci ottiene il dono dello Spirito per cui la nostra vita viene trasformata e diventa dono, come quella di Gesù. D’ora in poi, fa di me quello che credi…Cristo è la misura di tutte le cose, come dirà Giovanni Leonardi e come oggi ripete a noi. Tutto quello che avete fatto e tutto quello che avete intenzione da fare, ha valore e senso se entra nella misura di Cristo. Ecco la partenza di ogni missionario. Credo che oggi dobbiamo dire a ogni fratello che chiede di entrare nell’Ordine fondato da Giovanni Leonardi, se ha preso la giusta misura per la sua vita. Se si è liberato da ogni forma di mondanità, da ogni personalismo, se è pronto a partire per le Indie. E’ questa la condizione perché anche i non credenti si avvicinino al Vangelo e quindi il regno si estenda, se la misura dei nostri passi, delle nostre intenzioni è Cristo.

Servitori, amministratori di questa Parola, non proprietari, obbligati a pronunciarla perché Gesù ci ha preceduti. Il suo è un richiamo irresistibile. Con lui diciamo ai più poveri, ai prigionieri, agli umiliati: il Regno è alle porte. Conta usare la misura di Cristo, cioè mostrare che non siamo noi a possedere la Parola ma è la Parola che possiede noi, noi vogliamo solo servire, ma volgiamo farlo con tutto il cuore. Non possiamo farlo per umana convenienza, ma solo perché è Gesù con il suo amore che ci spinge. Questa Parola ci fa respirare l’umanità e la sua disperata esigenza di essere messa a contatto con Cristo. Cadano i personalismi, si affermi la misura di Cristo.

3. Lo sbarco in India, 25 anni fa, è stata una risposta tardiva? Una obbedienza fuori ordinanza, oppure il compimento di un progetto che è più grande di noi, non solo di quelli che ci abbiamo lavorato e ci stiamo lavorando, ma di tutti noi e delle nostre belle intenzioni? Anche oggi siamo chiamati e inviati, chiamati alla fede, chiamati ai sacramenti, chiamati a vivere nella comunità cristiana e nello stesso tempo inviati: inviati a testimoniare, a ripetere con le nostre parole e con le nostre opere, con le nostre scelte, con le nostre rinunce, con le nostre lacrime, inviati a ripetere: il Regno è dentro di voi, Gesù è qui, il nostro Salvatore, colui che ha garantito per noi…Un impegno troppo grande per potere dire che è stata opera nostra. La missione è un’opera grande anche oggi. Rispondere ogni mattino alla chiamata, è più grande di me, ho bisogno di aiuto, di stimoli per rinnovare il mio sì. Tutti noi, battezzati, ogni giorno veniamo chiamati a spingere in avanti i confini del regno, ma sappiamo quanta fatica. Fatica a convincersi che il Signore ci chiama, fatica ad accettare che la nostra missione si svolga alla porta di casa, fatica a spogliarci del nostro abbigliamento sfarzoso, delle nostre comodità, dei nostri pregiudizi, dei nostri diritti che si contrappongono ai diritti di altri. Questa fatica quotidiana si può solo superarla con la ferma fede che noi tutti siamo chiamati, operai anche della ultima ora, il tramonto: ma chiamati da una voce che ci coinvolge. Lasciamoci dunque coinvolgere, mettiamoci nella tenuta di chi è pronto a partire, ogni mattina, e diamo la nostra disponibilità. Tempo, servizi, compagnia, denaro, coinvolgimento, presenza, testimonianza, c’è ancora una chiamata per te, quella che solo puoi leggere nel tuo intimo, quella che ti chiede di dire il tuo sì incondizionato…pronuncialo e parti. E non voltarti indietro. Il tuo cuore sia per Cristo. Ecco la missione, anche oggi e anche domani. Non fare i conti, non dare alla missione lo scarto del tuo tempo o dei tuoi bene, dà il cuore. Dallo ogni giorno.

Venticinque anni fa, dopo sei anni di preparativi, siamo andati in India. Eravamo in quattro, con me c’era P. Bruno, il primo sacerdote indiano, P. Maschio, uno studente. I lavori sono in corso, in quella che sarà la nostra prima casa e quindi veniamo accolti in una struttura diocesana vicina. Sperimentiamo la povertà, la provvisorietà…

Guardando adesso gli anni che sono passati, possiamo solo ringraziare il Signore che ci ha spinti alla missione, ci ha fatto incontrare le persone giuste, ha guidato i nostri passi incerti, tenendoci per mano.

Dobbiamo dire che da subito si è capito che si trattava e si tratta di una missione in cui non si può scindere la valenza umana, sociale, economica, promozionale da quella evangelica. Il vescovo ci ha chiesto di portare nella diocesi l’esperienza della nostra umanità soprattutto nell’ambito scolastico. Così ci siamo lasciati coinvolgere in un lavoro di qualificazione delle strutture e di aiuto alle persone, soprattutto agli ultimi, che in India vuol dire le donne. Così oltre alla costruzione o al rifacimento degli edifici, veniva il progetto di scuola superiore per le ragazze. Questo è stato il filo del nostro radicamento: in India è non si può entrare se non come turisti, è proibito predicare all’esterno delle chiese, ma è consentito far crescere dentro le mura di una scuola i valori della giustizia e della verità. Accanto alle scuole sono venuti i due seminari, i luoghi dello spirito per i nostri giovani, e poi pian piano le parrocchie e il desiderio di crescere e di testimoniare anche fuori dall’India le meraviglie che il Signore ha compiuto. Con i 25 anni si può dire che un ciclo si chiude e un altro si apre. Finora la missione è stata nella sua minore età, ha avuto bisogno di continuo sostegno. Oggi, si volta pagina sia sul piano economico che progettuale. La missione guarda lontano e si prepara a partire.

 Dal primo viaggio fatto insieme a P. Francesco, fino all’ultimo dello scorso marzo per la visita canonica e per la celebrazione iniziale del 25° della missione non si possono contare solo gli anni. Ci sono state tante persone, sia in India che in Italia, che hanno sostenuto la stessa missione e ne hanno fatto motivo di vita…Come non ricordare P. Bruno, la sua presenza di uomo di preghiera, capace di sopravvivere con qualche biscottino, dedito però alla missione e quindi impegnato a imparare la difficile lingua tamil, per potere almeno celebrare…e poi P. Innocenzo, P. Tommaso e, ovviamente, P. Francesco che dall’inizio ha sostenuto la missione e ha dato l’impulso per la costruzione della nuova scuola che oggi costituisce una speranza per il futuro…. Quindi P. Methos che parte per la Nigeria, seguito da P. Sekar, per impiantare anche in quella nazione la presenza dei Padri leonardini. E così gli altri Delegati, P. Lourdu e P. Manohar, fino all’attuale P. Donathius. Voglio salutarli tutti e ringraziarli a nome dell’ordine e della Chiesa. Nel gennaio scorso, il grande dono di otto nuovi sacerdoti, preludio dei 25 anni. Essi sono tutti già impegnati nel campo della missione, uno di loro nella lontana Indonesia dove il seme è già stato sparso e comincia a spuntare. Ma la Delegazione indiana, oggi, è attiva non solo in India, nei due seminari e in sette parrocchie e nel paese natale del Fondatore, ma è presente numerosa in Italia e anche in Cile con un sacerdote parroco a Quinta de Tilcoco. E sta alla ricerca di nuovi lidi, dove portare il proprio servizio e la testimonianza.

Diremo a tutti loro il nostro grazie? Sì. Ma con la consapevolezza che il grazie va allo Spirito che suscita buoni desideri, noi possiamo dire solo: siamo servitori, abbiamo fatto quello che dovevamo. E vogliamo farlo con il medesimo atteggiamento di servizio. Questo ci avvicina al Santo Fondatore, al suo servizio totale alla Chiesa, e ci identifica con Cristo Gesù, venuto per servire e non per essere servito.

4. Qui era prevista la conclusione dell’omelia. Ma ieri è giunto il rescritto della Penitenzieria Apostolica nel quale Papa Francesco ha voluto concedere all’Ordine della Madre di Dio e a tutti i fedeli animati dai medesimi sentimenti di fede speranza e carità il dono della indulgenza plenaria, da ottenere ogni qual volta, durante l’Anno Mariano, si celebrerà in onore della Vergine Madre. Mi piace così chiudere entrando una volta di più in questo tempio dedicato a Maria Assunta in cielo. A lei la custode della nostra fede, chiediamo che sia custode della fedeltà alla nostra vocazione. Non solo quella religiosa o presbiterale, anche quella familiare. Come non riconoscere che la famiglia del nostro Santo è stato il vero cenacolo dove si è temprato il suo carattere e la sua fede con la devozione alla Vergine Assunta? Come non riconoscere che la devozione all’Assunta ha conservato nel corso dei secoli questa comunità, questo borgo, unito, attivo e fiero della propria storia? Diamo gloria a Dio per i secoli di fede di questa comunità cristiana, diamo gloria per i 445 anni dell’Ordine e specialmente diamo gloria a Dio per i 25 anni di gioiosa donazione della missione indiana e chiediamo al nostro Santo di accompagnare tutta la sua famiglia, lo sguardo fisso alla realtà eterna che ci attende, e impegnata a lato di tutti i fratelli e sorelle che sulla terra attendono un gesto e una parola di incoraggiamento.

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