VICIS

VICIS





ic sfr bIl corpo di Santa Francesca Romana, donna evangelica che fu sposa, madre e serva fedele del Signore, nel IV centenario della canonizzazione, sta visitando alcune Chiese di Roma legate alla sua presenza e alla sua spiritualità. Nella Chiesa di Santa Maria in Campitelli le reliquie saranno venerate il 7 e l’8 febbraio. Santa Francesca non ebbe modo di vedere durante la sua vita l’attuale Chiesa di Campitelli perché edificata nella metà del XVII secolo, tuttavia pregò come tutti i romani dinanzi all’icona di Santa Maria in Portico, oggi venerata nel santuario di Campitelli. In effetti, le testimonianze storiche accertano che il nome dei Ponziani, è tra le famiglie patrizie medievali che appaiono negli elenchi della “Nobile società di Santa Maria in Portico”. La Compagnia, fu fondata da Alessandro II nel 1061 e Celestino III nel 1191 la legò all’Ospedale di Santa Maria in Portico, in seguito unito a quello della Consolazione presso il Campidoglio (Cf. L. Pasquali, Compendio storico della miracolosa immagine di S. Maria in Portico, Roma 1901, 37-62). San Giovanni Leonardi durante la sua permanenza romana nell’Oratorio di San Girolamo “il fonte e l’origine dello spirito in Italia”, fu accompagnato e presentato presso il Monastero di Tor De’ Specchi, da San Filippo Neri per la direzione spirituale delle Oblate. Così Ludovico Marracci riferisce nella biografia del Santo: “Si stese ancora la carità di Giovanni ad aiutare nello spirito le Reverende Madri di Torre di Specchi, per mezzo delle sacramentali Confessioni, e degli esercitij spirituali, fatti da molte di quelle alle di lui mani. Et alcune li restarono tanto affettionate, e tanto gran concetto della sua virtù formarono, che essendo di già passato da questa all’immortal vita, lo scrissero nel catalogo de’i loro Santi Tutelari, e con gran fede alle di lui intercessioni ricorrendo, molte gratie ne ricevettero, siccome da’i processi autenticamente formati è manifesto. E forse per questa loro devotione al Santo Fondatore, procurarono poi quelle Reverende Madri, & ottennero da Paolo V per Confessori ordinarij i figliuoli di Giovanni, i quali le servirono in tal cura per qualche tempo.” (L. Marracci, Vita del Venerabil Padre Giovanni Leonardi Lucchese, Roma 1623, 256-257). In seguito, la nobile Duchessa di Gravina Felice Maria Orsini (1565-1647), la cui storia è narrata tra le memorie dei padri dell’Ordine della Madre di Dio, fu accolta fra le Oblate di Tor De’ Specchi nel 1620. Lasciò nel 1646 la sua casa e i suoi possedimenti ai padri leonardini di Napoli, edificando il santuario napoletano di Santa Maria in Portico a Chiaia e commissionando una preziosa copia dell’effigie romana della Madonna di Campitelli (C. A. Erra, Memoria De’ Religiosi della Madre di Dio, 1759 239-253).



Santa Francesca Romana: origini, sposa per obbedienza


La nobile Francesca Bussa de’ Buxis de’ Leoni, nacque a Roma nel 1384, in una famiglia abitante nei pressi di Piazza Navona e fu battezzata nella chiesa romanica di Sant’Agnese in Agone.Ebbe un’educazione elevata per una fanciulla del suo tempo, grandicella accompagnava la madre Jacovella de’ Broffedeschi, nelle visite alle varie chiese del suo rione, ma spesso fino alla lontana chiesa di santa Maria Nova sull’antica Via Sacra, gestita dai Benedettini di Monte Oliveto, dai quali la madre era solito confessarsi e in questa chiesa, anche Francesca trovò il suo primo direttore spirituale, padre Antonello di Monte Savello, che ben presto si accorse della vocazione della fanciulla alla vita monastica, nonostante vivesse negli agi di una ricca e nobile famiglia. Ma fu proprio questo benedettino a convincerla ad accettare la volontà del padre, Paolo Bussa de’ Buxis de’ Leoni, che secondo i costumi dell’epoca, aveva combinato per la dodicenne Francesca, un matrimonio con il nobile Lorenzo de’ Ponziani; il padre, in quel periodo conservatore del Comune di Roma, intendeva così allearsi ad un’altra famiglia nobile. I Ponziani si erano arricchiti con il mestiere di macellai, comprando case e feudi nobilitandosi, essi risiedevano in un palazzo di Trastevere al n. 61 dell’attuale via dei Vascellari, che nel Medioevo si chiamava contrada di Sant’Andrea degli Scafi; dell’antico palazzo più volte trasformato nei secoli, rimangono le ampie cantine e al pianterreno l’ambiente quattrocentesco con il soffitto a cassettoni. Una volta sposata, Francesca andò ad abitare nel palazzo dei Ponziani, ma l’inserimento nella nuova famiglia non fu facile, e questa difficoltà si aggiunse alla sofferenza provata per aver dovuto rinunciare alla sua vocazione religiosa; ne scaturì uno stato di anoressia che la sprofondò nella prostrazione. Si cercò di sollevarla da questa preoccupante situazione ma invano; finché all’alba del 16 luglio 1398 le apparve in sogno sant’Alessio che le diceva: “Tu devi vivere… Il Signore vuole che tu viva per glorificare il suo nome”. Al risveglio Francesca, accompagnata dalla cognata Vannozza, si recò alla chiesa dedicata al santo pellegrino sull’Aventino, per ringraziarlo e da allora la sua vita cambiò, accettando la sua condizione di sposa e a 16 anni ebbe il primo dei tre figli, che amò teneramente, ma purtroppo solo uno arrivò all’età adulta.


Santità vissuta in famiglia e nelle opere di carità

Con la cognata Vannozza, prese a dedicare il suo tempo libero dagli impegni familiari, a soccorrere poveri ed ammalati; erano anni drammatici per Roma, gli ecclesiastici discutevano sulla superiorità o meno del Concilio Ecumenico sul Papa; lo Scisma d’Occidente devastava l’unità della Chiesa e lo Stato Pontificio era politicamente allo sbando ed economicamente in rovina. Roma per tre volte fu occupata e saccheggiata dal re di Napoli, Ladislao di Durazzo e a causa delle guerriglie urbane, la città era ridotta ad un borgo di miserabili. Papi ed antipapi di quel periodo di scisma, si combattevano fra loro e spesso mancava un’autorità centrale ed autorevole, per riportare ordine e prosperità. Francesca perciò volle dedicarsi a sollevare li misere condizioni dei suoi concittadini più bisognosi; nel 1401 essendo morta la moglie, il suocero Andreozzo Ponziani le affidò le chiavi delle dispense, dei granai e delle cantine; Francesca ne approfittò per aumentare gli aiuti ai poveri e in pochi mesi i locali furono svuotati. Il suocero allibito decise di riprendersi le chiavi, ma ecco che essendo rimasta nei granai soltanto la pula, Francesca, Vannozza e una fedele serva, per cercare di soddisfare fino all’ultimo le richieste degli affamati, fecero la cernita e distribuirono anche il poco grano ricavato; ma pochi giorni dopo sia i granai che le botti del vino erano prodigiosamente pieni. Andreozzo che comunque era un uomo caritatevole, che già nel 1391 aveva fondato l’Ospedale del Santissimo Salvatore, utilizzando la navata destra di una chiesa in disuso, oggi chiamata Santa Maria in Cappella, restituì le chiavi alla caritatevole nuora. A questo punto Francesca decise di dedicarsi sistematicamente all’opera di assistenza; con il consenso del marito Lorenzo de’ Ponziani, vendette tutti i vestiti e gioielli devolvendo il ricavato ai poveri e indossò un abito di stoffa ruvida, ampio e comodo per poter camminare agevolmente per i miseri vicoli di Roma. Era ormai conosciuta ed ammirata da tutta Trastevere, che aveva saputo del prodigio dei granai di nuovo pieni, e un gruppo di donne ne seguirono l’esempio; con esse Francesca andava a coltivare un campo nei pressi di San Paolo, da cui ricavava frutta e verdura trasportate con un asinello e che poi elargiva personalmente alla lunga fila di poveri, che ormai ogni giorno cercava di sfamare. Alla morte del suocero Andreozzo de’ Ponziani, Francesca si prese cura dell’Ospedale del Ss. Salvatore, ma senza tralasciare le visite private e domiciliari che faceva ai poveri. Incurante delle critiche e ironie dei nobili romani a cui apparteneva, si fece questuante per i poveri, specie quelli vergognosi e per loro chiedeva l’elemosina all’entrata delle chiese; mentre si prodigava instancabilmente in queste opere di amore concreto, tanto che il popolino la chiamava paradossalmente “la poverella di Trastevere”, Francesca riceveva dal Signore il dono di celesti illuminazioni, che lei riferiva al suo confessore Giovanni Mariotto, parroco di Santa Maria in Trastevere che le trascriveva. Queste confidenze, pubblicate poi nel 1870, riguardavano le frequenti lotte della santa col demonio; del suo viaggio mistico nell’inferno e nel purgatorio; delle tante estasi che le capitavano; e poi dei prodigi e guarigioni che le venivano attribuite.


Le tragedie familiari

Ma questi doni straordinari che il Signore le aveva donato, furono pagati a caro prezzo, la sua vita spesa tutta per la famiglia ed i poveri di Roma, fu funestata da molte disgrazie; già quando aveva 25 anni nel 1409, suo marito Lorenzo, comandante delle truppe pontificie, durante una battaglia contro l’invasore Ladislao di Durazzo re di Napoli, contrario all’elezione di papa Alessandro V (1409-1410), venne gravemente ferito rimanendo semiparalizzato per il resto della sua vita, accudito amorevolmente dalla moglie e dal figlio. Nel 1410 la sua casa venne saccheggiata e i loro beni espropriati, mentre il marito sebbene invalido fu costretto a fuggire, per sottrarsi alla vendetta di re Ladislao, che però prese in ostaggio il figlio Battista. Poi a Roma ci fu l’epidemia di peste, morbo ricorrente in quei tempi, che funestava alternativamente tutta l’Europa, il suo slancio di amore verso gli ammalati, le fece commettere l’imprudenza di aprire il suo palazzo agli appestati; la pestilenza le portò così via due figli, Agnese ed Evangelista e lei stessa si contagiò, riuscendo però a salvarsi; passata l’epidemia poté ricongiungersi con il marito e l’unico figlio rimasto Battista. È di quel periodo l’apparizione in sogno del piccolo figlio Evangelista, insieme con un Angelo misterioso, che s. Francesca da allora in poi avrebbe visto accanto a sé per tutta la vita.


Fondatrice di confraternita

Francesca Bussa, continuando ad aiutare i suoi poveri ed ammalati, senza fra l’altro trascurare la preghiera, tanto da dormire ormai solo due ore per notte, prese a dirigere spiritualmente il gruppo di amiche, che la coadiuvavano nella carità quotidiana e si riunivano ogni settimana nella chiesa di Santa Maria Nova. E durante uno di questi incontri, Francesca le invitò ad unirsi in una confraternita consacrata alla Madonna, restando ognuna nella propria casa, impegnandosi a vivere le virtù monastiche e di donarsi ai poveri. Il 15 agosto 1425 festa dell’Assunta, davanti all’altare della Vergine, le undici donne si costituirono in associazione con il nome di “Oblate Olivetane di Maria”, in omaggio alla chiesa dei padri Benedettini Olivetani che frequentavano, pronunziando una formula di consacrazione che le aggregava all’Ordine Benedettino. Nel marzo del 1433 Francesca poté riunire le Oblate sotto un unico tetto a Tor de’ Specchi, composto da una camera ed un grande camerone, vicino alla chiesa parrocchiale di Sant’Andrea dei Funari; e il 21 luglio dello stesso 1433, papa Eugenio IV eresse la comunità in Congregazione, con il titolo di “Oblate della Santissima Vergine”, in seguito poi dette “Oblate di Santa Francesca Romana”, la cui unica Casa secondo la Regola, era ed è quella romana.


Religiosa lei stessa, la santa morte

Si recava ogni giorno nel monastero da lei fondato, ma continuò ad abitare nel Palazzo Ponziani, per accudire il marito malato; dopo la morte del marito, con il quale visse in armonia per 40 anni, il 21 marzo 1436 lasciò la sua casa, affidandone l’amministrazione al figlio Battista e a sua moglie Mabilia de’ Papazzurri, e si unì alle compagne a Tor de’ Specchi dove fu eletta superiora. Trascorse gli ultimi quattro nel convento, dedicandosi soprattutto a tre compiti: formare le sue figlie secondo le illuminazioni che Dio le donava; sostenerle con l’esempio nelle opere di misericordia alle quali erano chiamate; pregare per la fine dello scisma nella Chiesa. Prese il secondo nome di Romana e così fu sempre chiamata dal popolo e dalla storia, perché Francesca fu tra i grandi che seppero riunire in sé, la gloria e la vitalità di Roma; il popolo romano la considerò sempre una di loro nonostante la nobiltà, e familiarmente la chiamava “Franceschella” o “Ceccolella”. Francesca Romana insegnò alle sue suore la preparazione di uno speciale unguento, che aveva usato e usava per sanare malati e feriti; unguento che viene ancora oggi preparato nello stesso recipiente adoperato da lei più di cinque secoli fa. Ma la ‘santa di Roma’ non morì nel suo monastero, ma nel palazzo Ponziani, perché da pochi giorni si era spostata lì per assistere il figlio Battista gravemente ammalato; dopo poco tempo il figlio guarì ma lei ormai sfinita, morì il 9 marzo 1440 nel palazzo di Trastevere. Le sue spoglie mortali vennero esposte per tre giorni nella chiesa di Santa Maria Nova, una cronaca dell’epoca riferisce la partecipazione e la devozione di tutta la città; fu sepolta sotto l’altare maggiore della chiesa che avrebbe poi preso il suo nome. Da subito ci fu un afflusso di fedeli, tale che la ricorrenza del giorno della sua morte, con decreto del Senato del 1494, fu considerato giorno festivo. Fu proclamata santa il 29 maggio 1608 da papa Paolo V; e papa Urbano VIII volle nella chiesa di Santa Francesca Romana, un tempietto con quattro colonne di diaspro, con una statua in bronzo dorato che la raffigura in compagnia dell’Angelo Custode, che l’aveva assistita tutta la vita. Santa Francesca Romana è considerata compatrona di Roma, viene invocata come protettrice dalle pestilenze e per la liberazione delle anime dal Purgatorio e dal 1951 degli automobilisti. La sua festa liturgica è il 9 marzo.



Il linguaggio dei numeri

s paoloTra le abituali modalità con cui oggi, attraverso molteplici mezzi, la informazione non solo viene immessa nei circoli comunicativi, ma spesso risulta anche adeguatamente soppesata, primeggia quella dei parametri numerici. Questi ultimi appaiono sempre più assidui al punto che si finisce per conferire loro una carica di significazione valutativa forse fin troppo eccessiva e a volte senza dubbio decisamente meccanicistica.

Tuttavia non c’è dubbio che, tanto per restare alla tematica proposta, desta sicuramente una certa particolare sensazione il notare come per ben 37 volte compaia la voce “San Paolo” nell’indice analitico ubicato al termine del volume in cui sono raccolti i SERMONI di San Giovanni Leonardi e del quale curai la pubblicazione nel 2003.

Per di più va osservato come questa nota di merito appena accennata non tenga conto dei tanti altri richiami esegetici ugualmente messi in relazione con l’Apostolo. Difatti questo tipo di rimando appare largamente diffuso qua e là nelle carte dell’ampio manoscritto anche se, ovviamente, spesso ciò avviene in maniera soltanto implicita. Ma è evidente che questi ultimi riferimenti, ancorché in sede di decodificazione critica mi si manifestassero chiarissimi nel loro nesso ascetico, siccome però sul piano della stretta formalità lessicale non apparivano esplicitati in modo diretto, naturalmente non potevo catalogarli in quel preciso e determinato elenco.

A questa prima indicazione bibliografica, e sempre in rapporto alle Epistole lasciateci dall’Apostolo, vanno poi ad assommarsi altri collegamenti i quali, a loro volta, sono presenti con frequenza anche nelle lettere del Santo. Qualcuna di queste espressioni viene riportata addirittura con la citazione testuale della corrispondente pericope  paolina, qualche altra invece, pur rivelando con limpidezza la propria matrice di provenienza, appare però riproposta addirittura in gergo e quindi mutuata dal padre Giovanni con delle formulazioni linguistiche decisamente personalizzate.

 

Non altro che Cristo

Scrivendo alla comunità cristiana di Corinto San Paolo affermava di “non sapere annunciare altro se non Gesù Cristo, e questi crocifisso” (1 Cor 2, 2).

Proprio nella scrupolosa fedeltà a un simile progetto di vita e fermamente legato a questo magistero così radicale e totalizzante, Giovanni Leonardi conformò ogni attimo della sua esistenza.

Difatti, a sicuro e comprovato sigillo di quanto ho appena scritto, mi limito a riferire solo un minuscolo frammento desunto da una sua lettera, fra i tanti che potrei citare al riguardo.

Il 16 settembre del 1603 ammoniva con paterna ed intensa emozione i suoi religiosi ad avere sempre:
Avanti gli occhi della mente nostra solo l’onore, il servizio e la gloria di Cristo Gesù Crocifisso”. L’assoluta evidenza comparativa dei testi dispensa dal dover, anche minimamente, sottolineare come, nel fugace ed essenziale documento epistolare, si provveda a stilare una vera e propria commossa parafrasi del brano biblico appena riportato nel primo capoverso di questo paragrafo.

Si noti, però, che -in termini di assoluta ed esigente chiarezza, oltre che di esistenziale e realistica aderenza-  quel decisivo messaggio viene esposto alla personale tenuta di un gruppo di giovani i quali sanno benissimo di essere dei concreti ed effettivi protagonisti della loro storia, ma che si accingono a giocare il proprio futuro esclusivamente sulla scorta di una carismatica guida spirituale alla quale si consegnano con cieca fiducia.

Tuttavia la nota più rilevante da cogliere è un’altra.
Su di essa mi corre ora il responsabile obbligo di richiamare l’attenzione con estrema premura.
Essa consiste nel dover prendere atto che l’esortazione qui riferita certamente non è affatto la registrazione di un estemporaneo invito prodottosi con modalità episodiche ed occasionali, magari soltanto perché sollecitato da una qualche necessità risultata determinante in quel momento a motivarne la stesura.

La realtà più affascinante è che, al contrario, tanti altri scritti leonardini ci testimoniano come quella fermissima indicazione costituisse una sua costante assiomatica così continuamente ricorrente da rivelarsi perciò, nitido specchio di un suo costitutivo e radicato convincimento di fede. Egli avvertiva, con scrupolo, l’esigenza apostolica di dover riversare quel patrimonio, come preziosa eredità, verso chi si rendeva disponibile a percorrere il suo stesso itinerario.

Perché ne fossero ben scandite in piena coerenza le differenziate stagioni del personale vissuto, il Santo prestò sempre vigile e premurosa attenzione alle direttrici di un singolare quanto misterioso tracciato che da tempo percepiva tra gli inconsci risvolti del proprio interno. Quegli sparsi segmenti, riannodandosi progressivamente tra loro, man mano configurarono -nella devota specularità del suo animo- le grandezze di un progetto forse inizialmente a malapena intuito, ma che intanto gli si andava dipanando con maggiore chiarezza ogni giorno di più grazie al suo umile atteggiamento di premuroso e adorante discernimento dello Spirito.

 

“Con Lui misurate le cose”

A piena conferma dell’assunto or ora chiarito, dirò che il titoletto preposto al capoverso l’ho desunto direttamente da un’altra sua lettera, quella cioè del 16 maggio 1592.

L’invito assai fiducioso, ma anche altrettanto fortemente perentorio, per un verso evoca un lessico tecnicamente familiare per chi un tempo, sul bancone della spezieria era stato obbligato a dosare con attenzione il farmaco e per l’altro, alla luce meditativa della parola rivelata, riconosce il solo Medico in grado di salvare l’uomo teso in un difficile processo di rinnovamento e di liberazione dal male.

Infatti tutta la sua vita ne fu -di questo fermissimo convincimento- la più coerente e leggibile esegesi interpretativa.

Dalla esperienza di laico impegnato, praticata prima di tutto nel giovanile e rigoroso fervore riformista tra i  Colombini di Lucca, proprio alla stregua di un vero neofita; a quella poi della seria e responsabile dedizione professionale presso la spezieria di Antonio Parigi per la quale Benedetto XVI lo avrebbe proclamato celeste patrono dei farmacisti; successivamente quale presbitero in Lucca e, per quella porzione di Chiesa, sollecitato ad ogni forma di annuncio evangelico: privilegiando in prima istanza i fanciulli, ma subito dopo rivolgendosi anche agli adulti con specifici incontri di catechesi svolti nell’oratorio della Rosa;e poi come fondatore di una nuova famiglia religiosa; e ancora quale riformatore di antichi istituti monastici su diretta committenza pontificia; e infine progettando a Roma una rinnovata missionarietà di vasto respiro evangelico e adeguata ai mutati confini -anche geografici- dell’umano.

In un contesto ecclesiale lacerato spesso soltanto da astiose polemiche e da vuoti verbalismi che, nel migliore dei casi, si rivelavano quanto meno puramente accademici, propose quale unico punto di riferimento innovativo per l’uomo che si pone alla ricerca della sua vera identità solo i chiari lineamenti della figura di Cristo.

 

Un duplice nutrimento

Con una raffinata modalità che raramente è dato cogliere, il dono carismatico di Giovanni Leonardi si esprime anche attraverso la singolare capacità di realizzare una originalissima ed efficace sintesi.

Il Santo Fondatore viene a collocarsi tra istintive attitudini intellettuali e l’incalzante dinamismo etico -evangelicamente contagioso- che gli derivava da una crescita personalmente voluta con forte decisione e perseguita con altrettanta irremovibile costanza in virtù di una trainante suggestione interiore da lui avvertita in maniera affascinante ed irresistibile.

Per onestà storica va riconosciuto che tante componenti dottrinali e diversi presupposti di costume derivarono alla sua formazione giovanile certamente da substrati culturali ben relazionati ad un preciso ambiente di religiosità e di culto. Purtroppo a onor del vero, nella sua CRONACA relativa alle primissime origini dell’Istituto Leonardino, Cesare Franciotti ci fornisce un quadro non proprio esaltante, ma anzi assai drammaticamente avvilente di quel contesto cittadino. Comunque, pur al di là di queste innegabili contraddizioni interne alla realtà lucchese, non è difficile ravvisare come -ciononostante- dall’identica cerchia provenga al Nostro, in ogni caso, una innata carica di notevole sensibilità estetico-mistica.

Tuttavia questo originario connaturato patrimonio, viene poi però intensamente potenziato per la saldatura che il protagonista riesce a realizzare col nutrimento dello spirito da lui assai ben metabolizzato, intanto attraverso uno studio particolarmente attento e severo. Ciò avviene prima di tutto con le discipline umanistiche grazie alle quali, difatti, non di rado campeggiano nei suoi scritti frequenti apporti della classicità.

Ma la sua crescita interiore avviene soprattutto in virtù di un’appassionata quanto meditata lettura del dato rivelato. Per averne una minima conferma basterà pensare anche semplicemente all’infinito numero delle citazioni scritturistiche cosparse con abbondanza nei testi conservati fino a qualche tempo fa nel geloso segreto degli Archivi ed ora messi finalmente a disposizione degli studiosi. Si tenga presente poi -secondo quanto ho potuto largamente dimostrare in diverse altre sedi- che gli stessi brevi segmenti biblici vengono riferiti dal nostro autore con il solo supporto della memoria.

 

Il “Volto Santo” di Lucca

Come non ravvisare allora nella intensa cristologia di San Giovanni Leonardi, da lui riproposta sempre con rinnovato impatto emozionale e perciò resa quasi plasticamente tangibile, come non cogliere in quei ripetuti, insistenti messaggi, in quell’annuncio costantemente proclamato, come non percepire -dicevo- una indelebile, persistente reminiscenza a lungo custodita nel suo animo con profonda emozione e venerata con familiare trasporto?

Difatti sono unici e inconfondibili i tratteggi attraverso i quali -dalla notte dei tempi- nella cattedrale di Lucca si mostra, a chi devotamente si sofferma, la severa e pur dolcissima immagine del “Volto Santo” .

Nel Cristo certamente crocifisso, ma solennemente ammantato di fastosi abiti e adorno di corona regale, l’antica e ieratica icona rende visivamente percepibile l’umiliazione e il dramma della morte, ma anche la certezza esaltante del mistero pasquale.

Giovanni Leonardi se ne immedesimò talmente al punto da far del tutto sua quella identificazione mistica con il Maestro Divino già enunciata dall’apostolo Paolo (Gal 2,20).

A livello di personalissimo segnale grafico, il nostro Santo abitualmente si lascia contraddistinguere per una scrittura assai marcata e quindi vigorosamente vistosa, oltre che assai difficile da decodificare. Ebbene, proprio all’interno di un ben definito sermone, per l’esattezza, quello intitolato: “In die exaltationis Sanctae Crucis”, l’autore provvede a stilare soltanto sul bordo del manoscritto e attraverso minuscoli quasi impercettibili caratteri, come per un senso di signorile e riservato pudore, una postilla infuocata di amore.

In essa è virtualmente enunciata la massima sublimazione che si possa concepire della Croce. Scandalo e stoltezza per alcuni, come scrive Paolo (1 Cor i,23), qui è percepita addirittura in termini di gioiosa esplosione emotiva.

A quella sdrucita carta padre Giovanni consegna tutta la piena di un appagamento assolutamente non dicibile con povere e semplici parole umane (2 Cor 12,4).

 

Testamento ascetico

Volendo focalizzare in un estremo compendio tutto quanto ho cercato di esporre in queste scarne annotazioni, sono soprattutto due le sollecitudini pastorali che il Leonardi ha recepito dal singolare magistero di Paolo di Tarso.

Dalla carta 461 alla 464 dei SERMONI, e proprio commentando una pericope della seconda lettera ai Corinzi (2 Cor 6,3), il Santo ci affida una specie di testamento spirituale visto che, rispetto agli altritesti omileticiquasi tutti legati alle sue prime esperienze di presbitero della diocesi lucchese, questo sembra aver avuto una redazione, invece, in tempi non lontani da quella che sarebbe stata poi la conclusione della sua giornata terrena.

Innanzitutto: Non vanificare il dono di Dio.
Solo chi è passato, dall’angosciante buio di un tunnel, al fulgore della “via di Damasco”,  può esortare a “non accogliere invano la grazia di Dio” (2 Cor 6,1).

A quella data padre Giovanni aveva ormai fatto delle esperienze assai sofferte, in qualità di riformatore pontificio e come inviato personale di Clemente VIII, presso la Madonna dell’Arco, a Montevergine, a Vallombrosa e a  Montesenario. Le stesse, inoltre, si erano poi sommate alle lacune ecclesiali già viste nella sua terra di origine. Ed ecco la ragione per la quale non aveva esitato nell’inviare a Paolo V il coraggioso “Memoriale per la riforma di tutta la Chiesa”.

Questo spiega perché, testualmente, ora si premuri di scrivere: “Attendiamo, di gratia, di non haver ricevuto la gratia di Dio invano e non corrispondere con le nostre operationi”.

Il secondo passaggio non può essere altro che il conseguente, positivo progetto di vita con il dovere di una “purità candida e santa della vita cristiana perché il buon cristiano si deve non solo guardare dal male, ma anche ab operibus mali”.

La citazione del frammento paolino, registrato in questo caso con modalità addirittura testuali, per davvero non ha bisogno di commento, ma solo di filiale gratitudine storica.

 

Un occhio stupefatto per l’incanto

Dopo tanti anni, nel corso dei quali, attraverso la pubblicazione di una quindicina di volumi, ho portato avanti le mie investigazioni archivistiche sulla figura del nostro Santo Fondatore non esito, ancora oggi, a confessare più che mai una mia rinnovata, profonda ammirazione verso di lui.

Infatti, è veramente impossibile non restare commossi nel proprio intimo ed esimersi da una  totale, gradevolissima suggestione nel constatare come -quale che possa essere l’argomento trattato- Giovanni Leonardi abbia il dono di articolare le sue meditate considerazioni in modo tale da annodarle -comunque e in ogni caso- sempre intorno a un unico, irrinunciabile polo di riferimento vitale costituito -perennemente- dalla persona di Cristo Gesù di Nazaret.

Ancorché si esprima in un organico quanto articolato tessuto di fede, questa “lettura” del Maestro  -dai connotati così spiccatamente paolini innanzitutto nelle tematiche, ma frequentemente persino nel più esplicito strumento lessicale- viene percepita e contemplata dal Santo in una personalissima dimensione assolutamente originale.

Essa si definisce per una eminente modalità capace di contraddistinguere la propria qualifica sotto forma di un singolare tracciato cui viene rivendicata precisa e piena autonomia ascetica.

Per quanto a un osservatore esterno e distratto un certo esito possa anche sembrare apparentemente distante o addirittura impossibile -per la specifica trattazione che è in oggetto- il nucleo centrale del pensiero cristologico leonardino è così profondo e determinante da offrirgli in ogni momento la virtuale e irripetibile potenzialità di evolvere in modo tale da concludere qualsiasi percorso meditativo  puntando il suo occhio -perennemente stupefatto per l’incanto- sempre e comunque solo sulla figura del suo Maestro Divino.
                                                                                         
Vittorio Pascucci OMD
Venerdì 26 Agosto 2011 14:43

Il Santuario Madonna dell'Arco




Lunedì di Pasqua del 1450

 

La storia, il luogo e l'immagine


lsm6bLa pia usanza di erigere edicole sacre lungo le vie, sui muri delle case, sull'ingresso dei poderi è antichissima. Un uso che segnava oltre la devozione punti di riferimenti nel territorio. Tante sono le testimonianze rimaste quasi intatte da molti secoli.

Così nel quattrocento sorgeva un'edicola dedicata alla Madonna sul margine della via che collegava a Napoli i vari comuni vesuviani, nel lato del Monte Somma. Tale edicola era a pochi chilometri dalla Capitale del meridione d'Italia, in territorio del comune di Sant'Anastasia nella contrada che si chiamava "Arco" per la presenza di arcate di un antico acquedotto romano. Il Domenici parla di un arco «grande, antico di fabbrica che li faceva (all'immagine) ghirllanda e corona e la difendeva dalle piogge, grandine e tempeste... e che era rifugio degli uomini e degli animali». Perciò l'immagine era detta "Madonna dell'Arco".

L'edicola, come ci testimonia fr. Ludovico Ayrola, in uno scritto della fine del seicento, era formata da «una piccola, povera ed antica conicella di fabbrica, in cui con semplici colori effigiata si vedeva la gloriosissima Vergine Maria con faccia grande e sovramodo venerabile». Il Domenici, nel suo Compendio, così descrive il dipinto dell'edicola, che egli vide la prima volta nel 1594:

«Questa divotissima Immagine della Madre di Dio sta dipinta in muro, che con la man sinistra teneramente abbraccia il suo Sacratissimo Figliolo, il quale con la mano destra stringe un pomo: la cui dolcissima Madre mostra l'età di una dolcissima fanciulla di diciott'anni circa, ed è agli occhi di tutti devota, graziosa e bella, tirando più presto al chiaro e bianco che al nero e oscuro... Par che stia a sedere sopra una sedia, secondo alcuni, ma secondo altri pittori siede sopra una meravigliosa nube... Né è da passare con silenzio la proprietà singolare di questa Sacratissima Immagine, avendo un'attrattiva mirabile di modo che rapisce i cuori delle persone che la risguardano, anzi secondo i tempi par che si mostri allegra e malinconica e da qualsivoglia parte e in qualsivoglia modo si risguardi, essa con occhio grazioso e vago vi mira, e ferisce né mai vi saziate di vederla e di mirarla».

Il dipinto certamente non vanta pregi artistici, ma colpisce la mesta espressione del volto dominato da due grandi occhi che hanno l'effetto di penetrare l'animo di chi li guarda, lasciandovi un ricordo indelebile.


 
Il primo miracolo

Il lunedì di Pasqua del 1450, celebrandosi come di consuetudine ogni anno, dagli abitanti della contrada una festicciola in onore della Beata Vergine Maria, avvenne un prodigio che richiamò su quell'immagine l'attenzione di tutti i fedeli delle terre circonvicine. Presso l'edicola tra le altre cose si giocava a palla-maglio; il gioco consisteva nel colpire una palla di legno con un maglio, e vinceva colui che faceva andare più lontano la propria palla.

Tirò il suo colpo il primo giocatore, poi l'altro, tirò il suo con più energia ed abilità tanto da poter esser certo della vittoria se questo tiro non fosse stato fermato dal tronco di un albero di tiglio, che era sulla direzione e vicino all'edicola della sacra immagine. Indispettito e fuor di sé dalla collera, questi bestemmiò ripetute volte la Santa Vergine, poi, raccattata la palla dal suolo, al colmo dell'ira, la scagliò contro l'effige, colpendola alla guancia sinistra, che subito, quasi fosse stata carne viva, rosseggiò e diede copioso sangue. Gli astanti che, attratti dal gioco, si erano fatti intorno ai due giocatori, ebbero un grido di orrore.

Riavutisi dallo stupore, i presenti presero il disgraziato, e gridando ad un tempo miracolo e giustizia, ne avrebbero fatto scempio, se non fosse giunto opportuno a liberarlo dalle loro mani il conte di Sarno, Gran Giustiziere del Regno, comandante la compagnia contro i banditi. Questi, trovandosi nella contrada, richiamato dal tumulto, accorse con i suoi uomini e s'impadronì del reo, cercando di calmare e trattenere la folla eccitata che chiedeva giustizia.

(Alcune versioni dei fatti dicono che il Giustiziere del Regno, dopo aver constatato il miracolo, lo fece processare e impiccare all’albero di tiglio lì vicino che in 24 ore si seccò. Altre che fu la gente stessa ad impiccarlo, ma che il ramo si ruppe ed il ragazzo si salvò. La versione più probabile è forse questa: la Madonna avrebbe permesso un omicidio di fronte a Lei? Nonostante l'empietà del gesto? No... la Madonna non è una dea assetata di sangue, ma una Madre Misericordiosa..... N.d.R.)

Sparsasi intorno la fama dell'accaduto, fu un accorrere quotidiano di fedeli. Per venire incontro a questi fedeli, proteggere la sacra Immagine e celebrare la liturgia fu costruito prima un tempietto, con un altare dinanzi, poi, più tardi, una chiesetta e due stanzette, una a pianterreno ed una superiore, per ospitare un custode. L'unico custode di cui abbiamo memorie fu il tale Sebastiano da Aversa terziario domenicano, che dovette curare con solerzia e devozione la chiesetta a lui affidata, perché nel 1544 fece fondere una campana di buone dimensioni, recante la seguente iscrizione: «Io fra Sabba, Terziario dell'Ordine Domenicano, ho fatto fare questa campana di elemosine l'anno del Signore 1544».

I fedeli accorsi nei primi tempi, dopo il miracolo della guancia insanguinata, dovette essere numerosi, e molti i voti e le elemosine, perché troviamo che la chiesetta, quantunque piccolissima, fu dichiarata Rettoria e beneficio canonico, senza cura pastorale, ed i Rettori erano nominati dalla Sede Apostolica. Infatti la confraternita di S.Maria delle Grazie eretta in Sant'Anastasia nella chiesa di S.Maria la Nova era tenuta ad intervenire alle processioni delle domeniche di quaresima stabilite nella chiesa di S.Maria dell'Arco; e d'altra parte il Rettore aveva l'impegno di pagare ogni anno, nel giorno di S.Andrea apostolo, un carlino al Vescovo di Nola.


 
Il sogno della Madonna

A incrementare la devozione a questa Immagine del Beata Vergine Maria fu la tal Eleonora, già moglie di Marcantonio di Sarno, del Comune di Sant'Anastasia. Apparsole in sogno la stessa Madonna dell'Arco, la avvisò del pericolo che correva l'edicola di precipitare al suolo, e le comandò di provvedere. Al mattino Eleonora si recò alla chiesetta, guardò attentamente l'edicola e trovò esatto quanto in sogno Maria le aveva indicato. Piena di zelo si mise all'opera; ma, povera di mezzi, non potette fare altro che innalzare una rozza scarpata di pietra dietro il muro che minacciava di crollare.

Venuto a sapere di questa esigenza il cavaliere napoletano, Scipione De Rubeis Capece Scondito proprio perché devotissimo della Vergine dell'Arco e anche riconoscente per una grazia ricevuta, provvide a migliorare non solo la statica, ma all'ornamento e decorazione di tutto il tempietto che munì di un robusto cancello di ferro; inoltre per evitare che l'Immagine stessa non fosse guastata dall'intemperante devozione dei fedeli, ne coprì il volto con un grosso cristallo fino al busto ed il rimanente con un cancello di legno dorato.


 
La "particolare" testimonianza di Aurelia del Prete

Viveva, non molto lontano dalla chiesa della Madonna dell'Arco, una certa Aurelia Del Prete maritata a Marco Cennamo, conosciuta in tutta la contrada per triste fama di bruttezza fisica e morale. Un giorno costei, spaccando della legna si ferì un piede e temendo cose peggiori, fece voto alla Vergine dell'Arco che, se fosse guarita, in segno di riconoscenza, avrebbe portato alla chiesetta una coppia di piedi di cera.

Il lunedi di Pasqua di Resurrezione di quell'anno 1589 essa, cedendo alle preghiere del marito, che si recava alla chiesetta per portarvi anch'egli un voto di cera promesso per una grave malattia agli occhi da cui era guarito, si accompagnò con lui trascinandosi dietro con una corda un porcellino, per trovare occasione di venderlo alla fiera che fin da allora si teneva nei dintorni del Santuario. A causa della gran calca di popolo il porcellino le sfuggi di mano e si mise a correre spaventato tra la folla. Aurelia, bestemmiando, imprecando, si diede a corrergli dietro ed a cercarlo e cosi venne a trovarsi dinanzi alla chiesetta proprio mentre il marito, vi giungeva dall'altra parte con il suo voto. Il porcellino, per caso, era là, in mezzo a loro. A tale vista l'ira della donna giungendo al colmo esplose sbattendo a terra il voto di cera che aveva portato il marito, lo calpestò bestemmiando e maledicendo l'immagine della Vergine Maria e colui che l'aveva dipinta e chi veniva a venerarla. La cosa continuò nonostante le implorazioni del marito e di alcuni presenti.

L'anno seguente una malattia ai piedi portò la donna a restare a letto fino a quando, nonostante le cure dei medici, nella notte tra la domenica di Pasqua e il Lunedì, i piedi si staccarono dalle gambe! I parenti ed Aurelia stessa collegarono la cosa al fatto sacrilego dell'anno precedente. Pur volendo tenere nascosto il tragico evento la cosa si riseppe e siccome l'evento poteva essere di monito per tanti fedeli i piedi dell'Aurelia, dopo alcune vicissitudini, furono esposti nel Santuario.

In breve la fama di tale miracolo si sparse dappertutto; e da vicino, da lontano, da ogni parte, fu un accorrere di fedeli e di curiosi che si recavano all'Arco, per sincerarsi della cosa, o per implorar grazie dalla Vergine.

Di giorno in giorno la folla aumentò, divenne immensa, diventò preoccupante. Fu così necessario porre degli alabardieri e degli uomini armati lungo tutto il percorso per evitare inconvenienti. «Era - dice il Domenici - tale il rumore della moltitudine che pareva un mare quando sta in tempesta!». Il Vescovo di Nola, Monsignor Fabrizio Gallo, cercando di impedire una interpretazione superstiziosa del fatto, ordinò che si chiudesse la chiesetta, si sbarrasse il cancello del tempietto, per proibire ai fedeli di venerare l'Immagine. Poi volle sincerarsi personalmente dell'accaduto ed il giorno 11 maggio, venuto all'Arco, istituì un regolare processo canonico. Interrogò il marito, il medico che l'aveva curata, Francesco d'Alfano, lo speziale Alfonso de Moda, il Cav. Capecelatro ed altri; e infine la stessa Aurelia Del Prete ed avuta relazione dell'accaduto, domandò ad essa cosa ne pensasse; la donna rispose:

«Perchè l'anno passato bestemmiai la Madonna Santissima dell'Arco e questa quaresima non l'ho confessato; questa senza dubbio è la causa del castigo che ricevo allo scadere dell'anno.».

Così il Vescovo, senza attendere la conclusione del processo, ritirò il divieto che proibiva ai fedeli di venerare l'Immagine.


 
L'opera di S. Giovanni Leonardi e la costruzione del Santuario

L'afflusso di molti fedeli crearono particolari problemi organizzativi ed economici. Alcuni dissensi si crearono, e si trascinarono per diversi anni, tra il Vescovo di Nola, il Comune di Sant'Anastasia e il Vicerè di Napoli circa la chiesetta della Madonna dell'Arco.

Solo il Papa Clemente VIII, eletto il 30 gennaio 1592, risolse la annosa questione. Il 9 settembre 1592 mandò da Roma il Padre Giovanni Leonardi da Lucca, fondatore della Congregazione dei Chierici Regolari della Madre di Dio con alcuni suoi preti; e con la lettera della Sacra Congregazione, a firma del Cardinale Alessandrino, incaricò il Vescovo di Nola di affidargli la cura spirituale della Chiesa, e di deputare tre o quattro uomini del Casale di Sant'Anastasia per l'amministrazione delle elemosine e dei beni temporali.

Il giorno 8 ottobre dello stesso anno, con regolare nomina da parte del Vescovo, il P. Giovanni Leonardi prendeva possesso della chiesa ed iniziava il suo ministero coadiuvato da tre suoi sacerdoti. Il 6 aprile 1593 per una maggiore funzionalità, anche in vista di una costruzione di un nuovo e più grande edificio per il culto, tutto, anche la parte economica, fu affidato al Leonardi. Nel suo santo zelo il Padre diede subito inizio all'opera già da tanto tempo e da tutti desiderata; un tempio cioè degno della gloria di Maria.

Il 1° maggio dello stesso anno, giorno di sabato, ne fu posta con grande solennità la prima pietra, benedetta dal Vescovo di Nola Mons. Gallo. Su di essa fu inciso da una parte:


Nell'anno del Signore 1593 il primo maggio,
essendo Papa Clemente VIII,
Re d'Ispagna Filippo II,
e Vescovo di Nola Fabrizio Gallo
fu posta questa prima pietra.
E dalla parte opposta:
Alla Beata Vergine dell'Arco
per la bestemmiatrice Aurelia
castigata nei piedi
l'anno 1590 il giorno 20 aprile.

Bisognò superare non poche difficoltà tecniche, perché l'antica edicola e la cappelletta fatta costruire dal De Rubeis, pur rimanendo dove erano, si trovassero nel centro della chiesa.

La devozione alla Beata Vergine dell'Arco sotto la cura spirituale e l'amministrazione del santo P.Giovanni Leonardi crebbe in quantità e in qualità. Una pallida idea ce la dà una lettera scritta dal Leonardi al Vescovo di Nola per rendere conto dell'amministrazione di un anno. Qui risulta che di sole elemosine aveva raccolti ben 85.009 ducati. Ciò fa pensare a quanta fiducia si era conquistata presso tutti e quanto i fedeli gli fossero grati della sua opera e del suo zelo. Il Vescovo di Nola, poi, scrivendo alla S.Congregazione lo fece con queste parole: «Osservando quanto bene, anzi ottimamente il detto P.Giovanni Leonardi siasi condotto, non solo devesi meritatamente quietare, ma devesi stimare degno di essere premiato, onde lo lodiamo ampiamente».

 
Le stelle attorno al volto della Vergine e altri prodigi

A molti miracoli e molte grazie è legata la devozione alla Vergine Maria dell'Arco; ne fanno fede le testificazioni di migliaia di ex-voto. Tante le testimonianze riportate dal Domenici nel suo scritto; se ne contano circa duecento con riferimenti a persone ben precise, a testimonianze e per alcune anche a veri e propri processi canonici.Oltre a queste innumerevoli grazie ricevute per intercessione della Beata Vergine Maria, la storia della devozione a questa sacra immagine è costellata anche da fenomeni straordinari testificati da testimoni autorevoli in verbali notarili.

Il miracolo della pietra spezzata. Quando fu costruito il tempietto attuale, si volle rivestire di marmi il muro dov'è dipinta l'immagine della Madonna. Con brutta sorpresa si trovò una grossa pietra vesuviana, incastrata nel muro, che con una delle sue punte arrivava sotto la figura della Madonna. Non si riusciva a toglierla con nessun mezzo, anzi c'era pericolo che da un momento all'altro tutto l'intonaco dov'era dipinta l'immagine andasse in briciole. L'architetto Bartolomeo Picchiatti, vistosi perduto, prese in mano la pietra e pregò con fede la Madonna di dargliela. Essa si spezzò: metà restò nel muro e metà cadde a terra. Questa, a ricordo, fu esposta in chiesa, ma per salvarla dai fedeli che ne prendevano delle schegge per devozione, fu collocata in alto in uno dei pilastri del santuario, dove ancora si può vedere.

 
Era la notte del 15 febbraio 1621

Nel pomeriggio del 7 marzo del 1638 alcune pie donne che pregavano, nell'alzare gli occhi verso la miracolosa Immagine notarono qualche cosa d'insolito. Fissando più attentamente lo sguardo videro che la guancia colpita dalla palla del sacrilego giocatore, sanguinava di nuovo. Prima timidamente, poi a gran voce gridarono al miracolo, facendo accorrere i vicini ed i frati, che, atterriti, dovettero constatare la verità di quanto le buone donne asserivano.

Il prodigio non cessò quella sera, ma fu visibile a tutti per diversi giorni, dando modo così alla notizia di diffondersi anche lontano. E da tutte le parti fu un accorrere concitato di fedeli, curiosi, ammirati ed atterriti insieme; la folla aumentò di giorno in giorno, fu tanta che le autorità stesse religiose e civili non poterono trascurare la cosa. Accorse infatti da Napoli il Viceré D.Ramiro Felipe Muñez de Guzman, duca di Medina las Torres (1637-43); e nello stesso giorno il Vescovo di Nola Monsignor Giambattista Lancellotti mandò il suo Vicario Generale D.Domenico Ignoli, perché constatasse l'accaduto. Il tutto fu testificato con un atto ufficiale da un pubblico notaio e alla presenza del Viceré, di tutti i Padri del convento, di molti Padri Minori Conventuali e di tutti i sacerdoti della Collegiata di Somma.

Tra i vari prodigi certamente quello più evangelico vissuto in modo giornaliero, è stato (ed è ancora oggi) l'assistenza spirituale e materiale ai pellegrini. In certe occasioni però quello che era una evangelica quotidianità diventava testimonianza di grande carità cristiana. Ci si riferisce qui a quei catastrofici eventi che la popolazione campana ha vissuto nei quattro secoli dell'esistenza di questo augusto Santuario mariano.

Quando vi fu l'eruzione del Vesuvio tra la fine del 1631 e l'inizio dell'anno seguente furono ospitati e curati migliaia di persone finché non terminò il pericolo. Anche in questa circostanza si racconta di un prodigio accaduto: per tutto il tempo dell'eruzione il volto della Madonna scomparve e si rese visibile solo alla fine dell'eruzione. A ricordo di tale evento fu posta, dietro l'edicola della sacra Immagine, una lapide di raro marmo nero con una scritta incisa in lettere d'oro.

Anche durante la peste del 1656, che colpì tutta la Campania, mietendo centinaia di migliaia di vittime, il Santuario di Madonna dell'Arco fu un luogo di ricovero e di cura. In questa occasione è nata la devozione di ungersi in casi di malattia con l'olio della lampada votiva che arde, giorno e notte, presso l'Immagine della Beata Vergine. Molte testimonianze attendibili ci sono rimaste a proposito della guarigione avuta dal male della peste nell'invocare con fede la Madonna. Così in altre simili occasioni il Santuario è diventato luogo di riparo e di carità evangelica nell'assistenza dei rifugiati.

Un'altro prodigio che va narrato per la sua eccezionalità e le sicure testimonianze riportateci, accadde al tramonto del 25 marzo 1675. Un religioso del convento piamente pregava dinanzi all'altare di Maria, quando, alzando gli occhi verso l'Immagine, vide sotto la lividura della guancia risplendere una luce color d'oro e tutto intorno sfavillare numerose e piccole stelle. Ritenendo che fosse un'allucinazione chiamò il sacrestano, e senza prevenirlo, l'invitò a guardare l'Immagine. L'interrogato colmo di meraviglia, confermò la visione della luce e delle stelle, e corse a chiamare il Priore, in quel tempo il P.Rossella. Questi si fece accompagnare da altri due frati all'altare della Vergine e constatò anch'egli il miracolo.

Il mattino dopo all'alba, il Vescovo di Nola, Monsignor Filippo Cesarino, avvisato dal Priore del convento, si recò a visitare la Sacra Immagine. Osservò lungamente le stelle, e commosso volle che immediatamente anche il suo Vicario osservasse ed attestasse quel prodigio. Ordinò ai Padri di divulgare la notizia e di non porre ostacoli alla gioia ed al fervore dei fedeli, ed appena ritornato a Nola, comandò che per tutta la Diocesi s'istituissero pubbliche processioni di ringraziamento. Il Vicerè del tempo, Antonio Alvarez Marchese D'Astorga, (1672-75), accorse anche lui al Santuario, e confermando l'ordine del Vescovo di Nola, comandò che per mano di un pubblico notaio venisse redatto un documento riguardante l'accaduto, da inviare poi al Re di Spagna, assieme a una riproduzione dipinta del miracolo stesso. Dopo il Viceré vennero e constatarono il prodigio il Cardinale Orsini (più tardi papa Benedetto XIII), l'Inquisitore di Napoli e i Consultori del Sant'Uffizio Vaticano.

Il 26 aprile, quindi circa un mese dopo (il che significa che tale prodigio durò molto tempo), il notaio Carlo Scalpato da Nola redasse l'atto ufficiale in presenza e con la testimonianza di moltissime persone autorevoli, religiose e civili, tra le quali troviamo il Nunzio della S.Sede presso il Regno di Napoli S. Ecc. Marco Vicentino, Vescovo di Foligno; il Vescovo di Nola Filippo Cesarino; il Vicario Generale della Diocesi, Giovanbattista Fallecchia; il Duca D. Fabrizio Capece Piscicelli del Sedil Capuano e suo fratello Girolamo; Don Nicola Capecelatro; il residente del Duca di Toscana presso la Corte di Napoli, D. Santolo di Maria, ed il giudice del luogo dott. Onofrio Portelli.

 
Visita del Papa Pio IX

Pio IX, in seguito alle vicende politiche che lo costrinsero ad abbandonare la sua Sede vaticana, fu ospite del Re di Napoli, Ferdinando II. Stando a Napoli il Papa udì del Santuario e della portentosa Immagine della Madonna dell'Arco. Così volle recarsi a venerare in forma solenne questa Immagine tanto cara al popolo napoletano.

Il 15 dicembre 1849 infatti, a mezzogiorno, il corteo pontificio giunse al Santuario. Accompagnavano Pio IX alcuni Cardinali, ed il Cav. D. Alfonso d'Avalos Marchese di Pescara e Vasto, in rappresentanza dell'autorità civile. Il Sig. De Ionez, Maggiore degli Svizzeri, faceva da cerimoniere. Alla porta del Santuario erano a ricevere Sua Santità, il Maestro Generale dei Domenicani P. Vincenzo Aiello, venuto per l'occasione da Roma, il Provinciale P. Girolamo Gigli, il Priore del convento P. Gian Paolo Brighenti, il Vescovo di Nola Mons. Gennaro Pasca, la Collegiata di S. Anastasia, tutti i frati del convento e una moltitudine di popolo. Appena giunto, il Pontefice, accortosi che le guardie d'onore avevano proibito ai fedeli d'entrare nel tempio, diede ordine che al popolo non fosse vietato l'ingresso, dicendo:
«Innanzi alla Madonna il Papa non entra senza il suo popolo».

Poi giunto dinanzi all'Immagine, s'inginocchiò e poste le guance fra le palme, pianse, rimanendo così in preghiera per molto tempo.

Il Nunzio a Napoli Mons. Naselli impartì la benedizione eucaristica. Terminata la celebrazione Pio IX entrò in sacrestia, dove ammise al "bacio apostolico" tutti i presenti. Poi, dopo aver visitato il convento ed il vicino Ospizio dei Poveri, fece ritorno a Napoli.

 
La solenne Incoronazione

Una delle date che vanno ricordate per la storia del Santuario è quella della solenne Incoronazione dell'Immagine della Madonna dell'Arco, in quanto questa ha dato inizio alla solenne celebrazione che si svolge ogni anno, la seconda domenica di settembre.

Monsignor Tommaso Passero, dell'Ordine dei Predicatori, devotissimo della Vergine, Vescovo di Troia, chiese al Papa di poter incoronare solennemente la sacra Immagine. Il 22 agosto 1873 ottenne tale permesso. Egli stesso offri le due corone di oro, ed affidò il compito di organizzare il solenne rito a S. Ecc. Mons. Tommaso Michele Salzano, Arcivescovo di Edessa, anch'egli dell'Ordine Domenicano.


© Santuario Madonna dell’Arco




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Concilio di Trento

Gli avvenimenti straordinari, che interessano la Chiesa universale, si riflettono sulle chiese locali e sugli istituti religiosi. Nella congregazione verginiana, come la decadenza era stata preceduta dal Grande Scisma d’Occidente, così la ripresa fece seguito alla celebrazione del concilio ecumenico di Trento. In particolare il concilio si era posto il problema della riforma degli istituti religiosi nella quinta sessione del 17 giugno 1546 con l’istituzione dei lettorati di sacra scrittura e nella seduta finale del 3 dicembre 1563 con le disposizioni circa l’ammissione e la formazione dei nuovi candidati. Inoltre i papi, da Paolo IV in poi, si impegnarono con energia per l’attuazione del concilio, inviando nei singoli istituti visitatori apostolici con ampie facoltà di convocare i rispettivi capitoli generali per rinnovarne e aggiornarne le costituzioni.

Nelle more del concilio, i monaci di Montevergine imboccarono la strada della rinascita con la riforma scolastica del 1556. Furono disposti due cicli: il primo per lo studio della grammatica della logica e della filosofia, riservato ai nuovi arrivati per accedere al noviziato; il secondo per lo studiò della teologia e del diritto canonico, riservato ai giovani professi, per accedere agli ordini sacri. Alla fine di ciascun ciclo gli allievi venivano sottoposti all’esame di profitto davanti ad una commissione composta da tre o cinque membri, i quali esprimevano il proprio giudizio mediante votazione segreta; era considerato maturo soio chi otteneva la maggioranza dei voti favorevoli.

In questa scuola si formò una nuova generazione di monaci i  quali, per santità di vita, per capacità di governo e per elevatezza d’ingegno, illustrarono la congregazione, migliorarono i rapporti con la curia romana e resero possibile la liberazione dall’opprimente commenda laica dell’Ospedale dell’Annunziata. Nel 1567 il papa Pio V rese vincolanti le conclusioni di una commissione cardinalizia, da lui nominata, intese ad eliminare le controversie e ridare la pace e la tranquillità ai monaci. In realtà si trattò di una specie di accordo provvisorio, che prese il nome di Magna Concordia, il quale riconobbe ai monaci le giuste rivendicazioni circa il vitto e il vestito, ma non la piena liberazione dalla commenda; ed inoltre suggerì di ridurre a soli 18 il numero dei monasteri verginiani, che in quel momento ascendevano a 53, in modo che si potesse più facilmente provvedere alla loro manutenzione ordinaria e straordinaria e consentire in essi una più comoda abitazione, assegnando 50 monaci a Montevergine e 22 alle case dipendenti. La stessa commissione elaborò 25 norme di comportamento monastico, che presero il nome di Statuti di Pio V e furono dati alle stampe nel 1571.

I monaci di Montevergine, che avrebbero dovuto non senza rancore e rimpianto abbandonare 35 monasteri, ripresero la via di Roma quando al soglio pontificio fu elevato il francescano Felice Peretti col nome di Sisto V, il quale da semplice frate e da vescovo dì Sant’Agata dei Goti più di una volta si era recato a venerare la sacra icona del Partenio e personalmente aveva constatato gli inconvenienti che comportava l’ibrida unione della congregazione di Montevergine con l’Ospedale dell’Annunziata di Napoli. Le speranze non rimasero deluse. Sisto V con motu proprio del 27 febbraio 1588 liberò definitivamente la congregazione verginiana dalla commenda, fulminando di scomunica qualunque persona, ecclesiastica o laica, avesse osato ingerirsi nelle cose di Montevergine.

 

San Giovanni Leonardi

Per aiutare i monaci a risanare le gravi ferite inferte dalla commenda e a percorrere il faticoso cammino della rinascita, il  papa Clemente VIII nel 1596 inviò a Montevergine Giovanni Leonardi, fondatore dei Chierici Regolari della Madre di Dio a Lucca, col titolo di commissario pontificio con ampie facoltà di visitare i singoli monasteri della congregazione e di deciderne la sopravvivenza in rapporto alla capacità recettiva ed economica, di correggere gli abusi nel capo e nelle membra, e di aggiornare le costituzioni in rapporto ai dettami conciliari e alle mutate situazioni del tempo.

Il Leonardi conservò la carica di commissario apostolico fino al maggio 1601. Nel frattempo ebbe la possibilità di visitare tutti i monasteri che in quel momento formavano la congregazione verginiana, e di controllarne le entrate, di interrogare e di ascoltare tutti i religiosi residenti in quelle case e di lavorare alla redazione delle nuove costituzioni. Dovette purtroppo constatare che, nonostante le disposizioni del papa Pio V e i ripetuti decreti pontifici circa la soppressione dei piccoli monasteri, le case verginiane erano aumentate, passando da 53 a 59; mentre il numero dei monaci era rimasto pressoché immutato passando da il francescano 304 a 343 unità, delle quali ben 110 erano state assegnate al santuario di Montevergine, 20 a Casamarciano, 18 a Napoli, 13 a Capua, 12 a Penta e 10 a Roma, mentre le rimanenti 169 unità erano state distribuite negli altri 54 monasteri con una presenza  di monaci che oscillava da 1 a 7 unità.

A giudizio del commissario, l’ostacolo maggiore per una seria e duratura riforma era costituito da quei “piccioli monasteri, sentine di ogni male, e meritatamente da San Bernardo definiti  sinagogae satanae”. Tenuto poi presente che l’introito generale della congregazione si aggirava sui 20.000 scudi, di cui bisognava accantonare 5.000 per la manutenzione dei fabbricati, e conteggiato che il costo annuo di ogni religioso si aggirava sui 60 scudi annui, concluse che la congregazione verginiana non avrebbe dovuto superare il numero di 260 religiosi, da distribuirsi in 18 monasteri da conservare, affidando ai rispettivi superiori la gestione provvisoria dei monasteri più vicini da abbandonare.
Secondo i suggerimenti del papa, il Leonardi avrebbe dovuto assicurare la piena attuazione della riforma, procedendo contro i monaci che si erano allontanati dall’osservanza della regola di San Benedetto e degli statuti del papa Pio V, estirpando il vizio della proprietà privata, ripristinando la vita comune nel vitto e nel vestito, riportando all’antico splendore la liturgia e richiamando la perfetta osservanza dei digiuni e del capitolo delle colpe, dell’orazione mentale e della clausura.

I risultati del lungo e laborioso lavoro della riforma, spesso contrastato dall’orgoglio e dalla rivalità dei monaci, furono approvati dal papa Clemente VIII e codificati nelle dichiarazioni alla regola di San Benedetto, data alla stampa nel 1599. Alla redazione delle dichiarazioni, intese a dare una aggiornata e sicura interpretazione all’antico testo della regola di San Benedetto e a migliorare gli statuti del papa Pio V, avevano collaborato il vescovo di Aversa Bernardino Morra e il monaco verginiano Severo Giliberto. Quest’ultimo nel capitolo generale del 1599 venne eletto per un sessennio abate generale direttamente dal commissario apostolico, divenendo così il primo superiore ad accompagnare i monaci sui nuovo binario della riforma.

© P.M. Tropeano, Montevergine nei secoli, 2005, 115-118




manoscrFondato intorno al 529 da S. Benedetto da Norcia, l'ordine monastico dei Benedettini costituì indubbiamente il più importante ordine religioso del medioevo.


La prima comunità benedettina si costituì a Subiaco e fu la prima delle altre numerosissime che rapidamente si diffusero in Italia ed in Europa. Adattandosi alle evoluzioni sociali e storiche, la regola di S. Benedetto subì nel tempo varie interpretazioni nelle diverse congregazioni, come quella dei Benedettini di Cava, dei Camaldolesi, dei Verginiani.

In Puglia il monachesimo benedettino si affermò in modo considerevole tra l'XI ed il XII secolo per il decadere degli istituti brasiliani, per il deteriorarsi della lega greco-bizantina, per il processo di rilatinizzazione del territorio favorito dalla diffusione della riforma gregoriana. Con il favore ed il sostegno di re normanni, di feudatari e signori locali, ovunque sorsero abbazie, priorati, chiese, monasteri dipendenti dai fiorenti centri benedettini di Cava dei Tirreni, di S. Lorenzo d'Aversa, di Montevergine.

La congregazione benedettina dei Verginiani fu fondata a Montevergine nel 1124 da S. Guglielmo da Vercelli. Papa Alessandro III nel 1181 riconobbe il loro ordine indipendente sotto la regola di S. Benedetto.

I primi ad insediarsi nel territorio di Sant'Agata di Puglia furono i Benedettini di Cava che ebbero, dal 1086, il possesso del casale e priorato di S. Pietro d'Olivola, delle chiese di S. Maria Guardiola e S. Benedetto e, secondo il Guillaume, anche della chiesa di S. Biagio.

I Camaldolesi di S. Lorenzo d'Aversa dal 1092 ebbero il possesso del casale e della chiesa di S. Maria d'Olivola, delle chiese di S. Nicola e di S. Marina dello stesso casale.

Verginiani s’insediarono nel casale di S. Pietro Ursitano nel 1171.

La costruzione del monastero di S. Pietro Ursitano  (località poco distante dal paese), secondo lo storico santagatese Lorenzo Agnelli, prese l’avvio proprio ad opera del fondatore dell’ordine, S. Guglielmo da Vercelli.

Poco si può dire del priorato e della successione dei priori e degli abati che lo ressero. Molti documenti sono andati dispersi al mo­mento della soppressione, nel 1807, ed anche nel tra­sporto delle pergamene dall'Archivio storico di Montevergine a quello di Napoli.
Decaddero fino a scomparire le comunità benedettine di Olivola tra il XIII ed il XIV secolo, ma non toccò la stessa sorte al priorato di S. Pietro Ursitano, per il quale, tra il primo ed il secondo decennio del '500, si aprì  un nuovo capitolo di storia.

Fra Martino Sessa da Trevico edificò, a sud ovest del paese, su una preesistente chiesa intitolata a S. Maria delle Grazie, fuori dal centro abitato, tra il 1510 ed il 1520, chiesa e monastero di S. Maria delle Grazie, ove, nel 1557, fra Sebastiano Geremia trasferì l'antico priorato di S. Pietro Ursitano. Intorno alla nuova cellula benedettina, che divenne polo di richiamo di sentita religiosità mariana, si sviluppò il nuovo rione di S. Maria delle Grazie.

Il Lugano ed il Tranfaglia concordemente sostengono che i Verginia­ni tennero il priorato di S. Pietro Ursitano dal 1171 al 1807. Il Tranfa­glia precisa: “Questo monastero nasconde la sua origine nelle tenebre dell'antichità e solo sappiamo dall'archivio di Loreto che con una lettera dell'11 febbraio del 1557 fu permesso a fra' Sebastiano di trasferire in S. Agata il priorato di S. Pietro Ursitano edificato, come dalla visita del 1520, da fra' Martino di Trevico, suo priore con una grotta e altre co­modità e colla chiesa...”.

Il possesso fu confermato da vari papi: da Ce­lestino III nel 1197, da Alessandro IV nel 1261, da Urbano IV nel 1264.

Nel 1339 il casale di S. Pietro Ursitano, con il monastero, fu ce­duto in fitto da Filippo, abate di Montevergine, a padre Nicola da Api­ce, per un compenso annuo di 40 tomoli di grano e di orzo.
Della storia dell'antico priorato restano regesti di interessanti per­gamene, pubblicati dal rev.mo P. Giovanni Mongelli nella sua pregevole opera in sette volumi Abbazia di Montevergine. Regesto delle pergamene, Roma, 1956-62.

 

S. Giovanni Leonardi a Sant’Agata di Puglia

Papa Clemente VIII, in risposta alle direttive ed allo spirito innovatore del Concilio di Trento, volle che si con­trollasse l'osservanza monasti­ca dell'ordine dei Verginiani e, su consiglio dì S. Filippo Neri, affidò a S. Giovanni Leonardi (fondatore dell'Ordine dei Chierici Regolari della Madre di Dio e cofondatore del Collegio Urbano di Propaganda Fide di Roma) il compito di visitare i monasteri  benedettini - in tutto una cinquantina - di Montevergine.

Il Breve apostolico porta la data del 29 marzo 1596. La visita apostolica durò cinque anni.

Secondo il decreto pontificio, i monasteri andavano distinti in tre classi: nella prima rientravano le comunità monastiche con 12 religiosi professi con celle distinte; nella seconda quelle di sei – sette, nella terza quelle con un numero inferiore di religiosi.

Così, per esempio, nella prima classe rientravano i monasteri di Montevergine, Roma, S. Guglielmo, Napoli, Casamarciana, Capua, Marigliano, Penta, Salerno, Candida; nella seconda un’altra diecina, tra cui Aversa e Benevento; nella terza oltre venti, tra cui Avellino, Sant’Agata di Puglia, Forenza, Ascoli, Troia, Deliceto, Forenza.

Il Santo giunse a Sant'Agata di Puglia dalla Baronia il 2 maggio 1596, nelle vesti di commissario visitatore e riformatore apostolico. Ricevuto con i dovuti onori, visitò la chiesa di S. Maria delle Grazie, che trovò decentemente e convenientemente adorna. Non si conservava il SS.mo Sacramento. Il monastero aveva solo tre celle per cinque monaci ed una rendita di 400 scudi d’oro. Non potendo assicurare la normale osservanza monastica, doveva essere soppresso. Ma le suppliche del popolo commossero il Santo, che concesse prima sei mesi (il Santo firmò il decreto il 13 febbraio 1597 in Montevergine) e poi tre anni per l'ampliamento dell'edificio (decreto del 17 aprile 1600, sempre da Montevergine). I lavori durarono quasi quattro anni. Si spesero mille ducati, duecento offerti dal marchese di Sant'Agata di Puglia, Carlo Loffredo, ed ottocento dall'Università e dal popolo.
L'edificio fu migliorato ed ingrandito tanto da poter ospitare dodici monaci. Così, nel decreto del 26 aprile del 1600 il monastero di S. Maria delle Grazie è riportato tra quelli da lasciare aperti, in tutto 18.
Il priorato venne definito Badia il 19 maggio del 1611 «motu proprio» da papa Paolo V. Il suo primo abate fu don Anselmo Ambrosino di Mercogliano. I successori, don Luigi Ricciardi e don Urbano de Martino Musacchi, ingrandirono e migliorarono l'edificio, don Mancine reintegrò l'osservanza regolare. Papa Benedetto XIV, il 16 gennaio 1747, ebbe ad elogiare l'operosità e la rettitudine dei nostri monaci, i quali con zelo si dedicavano agli studi ed alla formazione dei giovani, facendo del monastero un centro di divulgazione culturale e di elevazione spirituale.

Dipendevano dalla comunità benedettina di Sant’Agata le grange di Ascoli, Deliceto, Forenza, Troia (i cui conventi furono soppressi da S. Giovanni Leonardi), che fruttavano la rendita di mille ducati annui.
Certamente il Santo non una volta andò Sant’Agata, ma più volte, dovendo verificare l’esattezza dell’esecuzione dei Suoi decreti.

Alla presenza di S. Giovanni Leonardi, che aveva fatto costruire il famoso Santuario in Pomigliano d’Arco, è da collegare l’introduzione a Sant’Agata del culto della Madonna dell’Arco, cui alla fine del ‘500 si intitolò una chiesetta rurale, prima intitolata a S. Maria della Pace, chiesa tuttora  aperta al culto.
Dell’Ordine del Verginiani il santagatese don Donato Porro fu due volte abate generale, dal 24 maggio del 1607 al 25 maggio 1611, e nel 1618.

 

La soppressione

La serena vita dei nostri conventi, monasteri e chiese fu letteralmente sconvolta dalla temperie politico-religiosa della fine del ‘700 e il primo decennio dell’800, coincidente con il processo di laicizzazione che, avviato da tempo, la rivoluzione francese, il periodo napoleonico, il Decennio francese mettevano in atto allo scopo di ridimensionare l’autorità ecclesiastica e controllare o confiscare i beni di opere pie ed ordini religiosi.

Un decreto del 13 febbraio 1807 di Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone e re di Napoli, stabiliva la soppressione degli ordini religiosi possidenti e, quindi, anche di quello benedettino. Di conseguenza i Benedettini di Montevergine dovettero lasciare chiesa e monastero di S. Maria delle Grazie di Sant’Agata di Puglia.

Andati via i Padri, chiesa e monastero, intorno a cui era sorto il rione di S. Maria delle Grazie, subirono spoliazioni e violazioni d’ogni sorta. Il ricco archivio, la prestigiosa biblioteca, due importanti dipinti raffiguranti l’uno S. Guglielmo e Pellegrino e l’altro S. Benedetto, numerosi e preziosi arredi sacri, persino porte, pietre intagliate ed embrici furono sottratti.  Restavano in attesa di destinazione una campana e l’organo.

I santagatesi, ai quali la soppressione del monastero aveva lacerato una delle pagine più significative della loro storia, attenti e vigili, sapevano come recuperare e salvare l’una e l’altro.

La campana, già destinata alla fonderia dei cannoni, serviva per il nuovo orologio pubblico. Il vecchio non funzionava più, la popolazione ne pativa ed i malati, che non potevano assumere le medicine a tempo, rischiavano di morire. Questo comunicò il sindaco Giuseppe Del Buono all’Intendente di Capitanata. Si costruì il nuovo orologio e si collocò sulla Casa comunale (Archivio di Stato di Foggia, Amm. Int., F. 141, f. 65). La sua anima fu proprio la campana piccola della chiesa di S. Maria delle Grazie. Ha battuto il tempo a quarti d’ora dal 14 giugno del 1814, ed i suoi rintocchi hanno scandito ore lieti e tristi della comunità santagatese.

Anche l’organo doveva rimanere in loco. Fra tutte le chiese santagatesi l’unica ad esserne sprovvista era quella di S. Maria del Carmine. Ma la confraternita del Carmine non aveva la somma sufficiente per acquistarlo. Si raccolsero tra i fedeli in brevissimo tempo i 25 ducati richiesti e, con il permesso dell’Intendente, in un tripudio di popolo, l’organo fu sistemato nella chiesa del Carmelo, tanto cara a mons. Antonio Lucci, santo vescovo di Bovino, che la vide nascere e benedisse. La festa del Carmelo del 15 luglio 1812 fu particolarmente solenne, essendo le cerimonie sacre accompagnate ed arricchite dal suono dell’organo. A 376 canne (se ne aggiunsero altre nel restauro) e 9 registri, di buona fattura, esso attesta, data l’alta committenza, la sua nobile origine.

La chiesa di S. Maria delle Grazie fu affidata alla confraternita dell’Immacolata, che aveva sede nella chiesa dell’Annunziata dei padri francescani conventuali (anche il loro ordine fu soppresso). La confraternita dell’Immacolata ne ebbe cura  fino al 1851, anno in cui vi si costituì con real decreto del 2 agosto, sotto il pontificato di Pio IX, la confraternita di S. Maria delle Grazie, che provvide alla cura, al restauro ed alla manutenzione del sacro edificio, ancora oggi, grazie ad essa ed ai fedeli, aperto al culto e luogo di forte richiamo mariano. Vi si pratica, infatti, il culto della Madonna della Consolazione, della Madonna delle Grazie, della Vergine Incoronata con gran concorso di devoti.

Passò al Comune il monastero i cui locali furono utilizzati per pretura, carcere, scuole elementari, ginnasiali e professionali.

Imponente e magnifica costruzione, realizzata grazie ai decreti di S. Giovanni Leonardi ed alla pietà della popolazione, essa attesta la presenza in Sant’Agata dei Benedettini e di S. Giovanni Leonardi, ma anche di un venerabile, padre Pietro Casani, che accompagnò il Santo nella visita e funse da segretario.
Chiesa e monastero sono due tangibili preziose testimonianze della plurisecolare presenza dei Verginiani a Sant’Agata di Puglia (oltre sei secoli), presenza nella cui storia si rileggono molte vicende della comunità, alla cui crescita spirituale e civile i Padri hanno decisamente contribuito.

 

Religiosi santagatesi nell’Ordine dei Chierici Regolari della Madre di Dio

Nell’Ordine dei Chierici Regolari della Madre di Dio sono entrati ben cinque religiosi santagatesi.

Il primo fu padre Nicola D’Amato, che celebrò la sua prima messa il 17 luglio 1923 in S. Maria in Campitelli ed il 15 agosto nella chiesa matrice di S. Nicola del suo paese natale. Fu rettore a Fosciandora, e rettore generale dell’Ordine dal 1946 al 1953; è stato postulatore generale dell’Ordine e parroco della chiesa di S. Maria in Campitelli. Lo hanno seguito padre Vespasiano Mele, padre Mario Mele (fratelli), padre Nicola Testa, padre Filippo Santoro, padre Paolo Fredella.

 

Il testo della visita apostolica

Die 2 Maij. Adm. R. D. Commiss. ad S. Agatham, quam dicunt de Apulia, iter direxit, et in conventu pread. Religionis honorifice receptus, ecclesiam reperiit convenientem et ornatam omniaque in ea satis munda et decentia; non tamen ibi …servabatur SS. Euchar. Sacram. Domum invenit angustam nimis, cum 3 tantum cellis. Habitant ibi quinque monachi, et proventus ad summum ascendit quatuorcentum aureorum, aut circa. Interrogati monachi de priore et pace, dixerunt bene. Illius terrae populi petierunt obnixe non sopprimi locum, et ad  aliquam expensam, incertam tamen, obtulerunt se paratos; ….locus inaptus nimis videtur aedificationi.

In hoc loco referit prior (foglio bucato) eius bona stabilia non parvi pendenda, absque Apostolico indulto fuisse (foglio bucato) […] pta.

Giorno 2 maggio 1596. Il molto reverendo Sig. Commissario Apostolico diresse il suo viaggio a Sant’Agata che dicono di Puglia e nel convento di predetta Religione [fu] ricevuto con onori, trovò la chiesa decente ed ornata e tutto abbastanza pulito e decente; non vi si conservava il SS.mo Sacramento dell’Eucaristia.  Trovò la casa abbastanza angusta, con solo tre celle. Vi abitano cinque monaci, e i proventi assommano a scudi 400, o circa. Interrogati i monaci intorno al priore ed alla pace dissero bene. La popolazione di quella terra chiese con fermezza che non si sopprimesse il luogo, e si disse disposta a collaborare con qualche somma, ma non la precisò. …il luogo poco adatto alla costruzione. In questo luogo riferì il priore che alcuni beni stabili di certa consistenza erano stati alienati senza l’Indulto Apostolico.

 

Documenti e Bibliografia essenziale

Archivio storico dell’abbazia di Montevergine
Archivio storico della SS.ma Trinità di Cava dei Tirreni
Archivio storico dell’Ordine dei Chierici Regolari della Madre di Dio (docc.  fattimi pervenire in CD dal rev.mo Padre Davide Carbonaro – che ringrazio).
G. Mongelli, L'Archivio Storico dell'Abbazia di Montever­gine, Vol. Il, Roma, 1974.
P. N. D'Amato, S. Giovanni Leonardi, in “Incontro”,Rivista dell'Associazione Santagatesi residenti in Roma, febbraio 1969.
D. Donofrio Del Vecchio, Monachesimo benedettino in Sant’Agata di Puglia, in “Itinerari Santagatesi”, Matera 1982.
Tranfaglia, Montevergine e la congregazione verginiana, Roma 1929.
Padre Vittorio Pascucci, La riforma cattolica in S. Giovanni Leonardi, Lucca 2004.

 

Dora Donofrio Del VecchioFondato intorno al 529 da S. Benedetto da Norcia, l'ordine monastico dei Benedettini costituì indubbiamente il più importante ordine religioso del medioevo.

La prima comunità benedettina si costituì a Subiaco e fu la prima delle altre numerosissime che rapidamente si diffusero in Italia ed in Europa. Adattandosi alle evoluzioni sociali e storiche, la regola di S. Benedetto subì nel tempo varie interpretazioni nelle diverse congregazioni, come quella dei Benedettini di Cava, dei Camaldolesi, dei Verginiani.

In Puglia il monachesimo benedettino si affermò in modo considerevole tra l'XI ed il XII secolo per il decadere degli istituti brasiliani, per il deteriorarsi della lega greco-bizantina, per il processo di rilatinizzazione del territorio favorito dalla diffusione della riforma gregoriana. Con il favore ed il sostegno di re normanni, di feudatari e signori locali, ovunque sorsero abbazie, priorati, chiese, monasteri dipendenti dai fiorenti centri benedettini di Cava dei Tirreni, di S. Lorenzo d'Aversa, di Montevergine.

La congregazione benedettina dei Verginiani fu fondata a Montevergine nel 1124 da S. Guglielmo da Vercelli. Papa Alessandro III nel 1181 riconobbe il loro ordine indipendente sotto la regola di S. Benedetto.

I primi ad insediarsi nel territorio di Sant'Agata di Puglia furono i Benedettini di Cava che ebbero, dal 1086, il possesso del casale e priorato di S. Pietro d'Olivola, delle chiese di S. Maria Guardiola e S. Benedetto e, secondo il Guillaume, anche della chiesa di S. Biagio.

I Camaldolesi di S. Lorenzo d'Aversa dal 1092 ebbero il possesso del casale e della chiesa di S. Maria d'Olivola, delle chiese di S. Nicola e di S. Marina dello stesso casale.

Verginiani s’insediarono nel casale di S. Pietro Ursitano nel 1171.

La costruzione del monastero di S. Pietro Ursitano  (località poco distante dal paese), secondo lo storico santagatese Lorenzo Agnelli, prese l’avvio proprio ad opera del fondatore dell’ordine, S. Guglielmo da Vercelli.

Poco si può dire del priorato e della successione dei priori e degli abati che lo ressero. Molti documenti sono andati dispersi al mo­mento della soppressione, nel 1807, ed anche nel tra­sporto delle pergamene dall'Archivio storico di Montevergine a quello di Napoli.
Decaddero fino a scomparire le comunità benedettine di Olivola tra il XIII ed il XIV secolo, ma non toccò la stessa sorte al priorato di S. Pietro Ursitano, per il quale, tra il primo ed il secondo decennio del '500, si aprì  un nuovo capitolo di storia.

Fra Martino Sessa da Trevico edificò, a sud ovest del paese, su una preesistente chiesa intitolata a S. Maria delle Grazie, fuori dal centro abitato, tra il 1510 ed il 1520, chiesa e monastero di S. Maria delle Grazie, ove, nel 1557, fra Sebastiano Geremia trasferì l'antico priorato di S. Pietro Ursitano. Intorno alla nuova cellula benedettina, che divenne polo di richiamo di sentita religiosità mariana, si sviluppò il nuovo rione di S. Maria delle Grazie.

Il Lugano ed il Tranfaglia concordemente sostengono che i Verginia­ni tennero il priorato di S. Pietro Ursitano dal 1171 al 1807. Il Tranfa­glia precisa: “Questo monastero nasconde la sua origine nelle tenebre dell'antichità e solo sappiamo dall'archivio di Loreto che con una lettera dell'11 febbraio del 1557 fu permesso a fra' Sebastiano di trasferire in S. Agata il priorato di S. Pietro Ursitano edificato, come dalla visita del 1520, da fra' Martino di Trevico, suo priore con una grotta e altre co­modità e colla chiesa...”.

Il possesso fu confermato da vari papi: da Ce­lestino III nel 1197, da Alessandro IV nel 1261, da Urbano IV nel 1264.

Nel 1339 il casale di S. Pietro Ursitano, con il monastero, fu ce­duto in fitto da Filippo, abate di Montevergine, a padre Nicola da Api­ce, per un compenso annuo di 40 tomoli di grano e di orzo.
Della storia dell'antico priorato restano regesti di interessanti per­gamene, pubblicati dal rev.mo P. Giovanni Mongelli nella sua pregevole opera in sette volumi Abbazia di Montevergine. Regesto delle pergamene, Roma, 1956-62.

 

S. Giovanni Leonardi a Sant’Agata di Puglia

Papa Clemente VIII, in risposta alle direttive ed allo spirito innovatore del Concilio di Trento, volle che si con­trollasse l'osservanza monasti­ca dell'ordine dei Verginiani e, su consiglio dì S. Filippo Neri, affidò a S. Giovanni Leonardi (fondatore dell'Ordine dei Chierici Regolari della Madre di Dio e cofondatore del Collegio Urbano di Propaganda Fide di Roma) il compito di visitare i monasteri  benedettini - in tutto una cinquantina - di Montevergine.

Il Breve apostolico porta la data del 29 marzo 1596. La visita apostolica durò cinque anni.

Secondo il decreto pontificio, i monasteri andavano distinti in tre classi: nella prima rientravano le comunità monastiche con 12 religiosi professi con celle distinte; nella seconda quelle di sei – sette, nella terza quelle con un numero inferiore di religiosi.

Così, per esempio, nella prima classe rientravano i monasteri di Montevergine, Roma, S. Guglielmo, Napoli, Casamarciana, Capua, Marigliano, Penta, Salerno, Candida; nella seconda un’altra diecina, tra cui Aversa e Benevento; nella terza oltre venti, tra cui Avellino, Sant’Agata di Puglia, Forenza, Ascoli, Troia, Deliceto, Forenza.

Il Santo giunse a Sant'Agata di Puglia dalla Baronia il 2 maggio 1596, nelle vesti di commissario visitatore e riformatore apostolico. Ricevuto con i dovuti onori, visitò la chiesa di S. Maria delle Grazie, che trovò decentemente e convenientemente adorna. Non si conservava il SS.mo Sacramento. Il monastero aveva solo tre celle per cinque monaci ed una rendita di 400 scudi d’oro. Non potendo assicurare la normale osservanza monastica, doveva essere soppresso. Ma le suppliche del popolo commossero il Santo, che concesse prima sei mesi (il Santo firmò il decreto il 13 febbraio 1597 in Montevergine) e poi tre anni per l'ampliamento dell'edificio (decreto del 17 aprile 1600, sempre da Montevergine). I lavori durarono quasi quattro anni. Si spesero mille ducati, duecento offerti dal marchese di Sant'Agata di Puglia, Carlo Loffredo, ed ottocento dall'Università e dal popolo.
L'edificio fu migliorato ed ingrandito tanto da poter ospitare dodici monaci. Così, nel decreto del 26 aprile del 1600 il monastero di S. Maria delle Grazie è riportato tra quelli da lasciare aperti, in tutto 18.
Il priorato venne definito Badia il 19 maggio del 1611 «motu proprio» da papa Paolo V. Il suo primo abate fu don Anselmo Ambrosino di Mercogliano. I successori, don Luigi Ricciardi e don Urbano de Martino Musacchi, ingrandirono e migliorarono l'edificio, don Mancine reintegrò l'osservanza regolare. Papa Benedetto XIV, il 16 gennaio 1747, ebbe ad elogiare l'operosità e la rettitudine dei nostri monaci, i quali con zelo si dedicavano agli studi ed alla formazione dei giovani, facendo del monastero un centro di divulgazione culturale e di elevazione spirituale.

Dipendevano dalla comunità benedettina di Sant’Agata le grange di Ascoli, Deliceto, Forenza, Troia (i cui conventi furono soppressi da S. Giovanni Leonardi), che fruttavano la rendita di mille ducati annui.
Certamente il Santo non una volta andò Sant’Agata, ma più volte, dovendo verificare l’esattezza dell’esecuzione dei Suoi decreti.

Alla presenza di S. Giovanni Leonardi, che aveva fatto costruire il famoso Santuario in Pomigliano d’Arco, è da collegare l’introduzione a Sant’Agata del culto della Madonna dell’Arco, cui alla fine del ‘500 si intitolò una chiesetta rurale, prima intitolata a S. Maria della Pace, chiesa tuttora  aperta al culto.
Dell’Ordine del Verginiani il santagatese don Donato Porro fu due volte abate generale, dal 24 maggio del 1607 al 25 maggio 1611, e nel 1618.

 

La soppressione

La serena vita dei nostri conventi, monasteri e chiese fu letteralmente sconvolta dalla temperie politico-religiosa della fine del ‘700 e il primo decennio dell’800, coincidente con il processo di laicizzazione che, avviato da tempo, la rivoluzione francese, il periodo napoleonico, il Decennio francese mettevano in atto allo scopo di ridimensionare l’autorità ecclesiastica e controllare o confiscare i beni di opere pie ed ordini religiosi.

Un decreto del 13 febbraio 1807 di Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone e re di Napoli, stabiliva la soppressione degli ordini religiosi possidenti e, quindi, anche di quello benedettino. Di conseguenza i Benedettini di Montevergine dovettero lasciare chiesa e monastero di S. Maria delle Grazie di Sant’Agata di Puglia.

Andati via i Padri, chiesa e monastero, intorno a cui era sorto il rione di S. Maria delle Grazie, subirono spoliazioni e violazioni d’ogni sorta. Il ricco archivio, la prestigiosa biblioteca, due importanti dipinti raffiguranti l’uno S. Guglielmo e Pellegrino e l’altro S. Benedetto, numerosi e preziosi arredi sacri, persino porte, pietre intagliate ed embrici furono sottratti.  Restavano in attesa di destinazione una campana e l’organo.

I santagatesi, ai quali la soppressione del monastero aveva lacerato una delle pagine più significative della loro storia, attenti e vigili, sapevano come recuperare e salvare l’una e l’altro.

La campana, già destinata alla fonderia dei cannoni, serviva per il nuovo orologio pubblico. Il vecchio non funzionava più, la popolazione ne pativa ed i malati, che non potevano assumere le medicine a tempo, rischiavano di morire. Questo comunicò il sindaco Giuseppe Del Buono all’Intendente di Capitanata. Si costruì il nuovo orologio e si collocò sulla Casa comunale (Archivio di Stato di Foggia, Amm. Int., F. 141, f. 65). La sua anima fu proprio la campana piccola della chiesa di S. Maria delle Grazie. Ha battuto il tempo a quarti d’ora dal 14 giugno del 1814, ed i suoi rintocchi hanno scandito ore lieti e tristi della comunità santagatese.

Anche l’organo doveva rimanere in loco. Fra tutte le chiese santagatesi l’unica ad esserne sprovvista era quella di S. Maria del Carmine. Ma la confraternita del Carmine non aveva la somma sufficiente per acquistarlo. Si raccolsero tra i fedeli in brevissimo tempo i 25 ducati richiesti e, con il permesso dell’Intendente, in un tripudio di popolo, l’organo fu sistemato nella chiesa del Carmelo, tanto cara a mons. Antonio Lucci, santo vescovo di Bovino, che la vide nascere e benedisse. La festa del Carmelo del 15 luglio 1812 fu particolarmente solenne, essendo le cerimonie sacre accompagnate ed arricchite dal suono dell’organo. A 376 canne (se ne aggiunsero altre nel restauro) e 9 registri, di buona fattura, esso attesta, data l’alta committenza, la sua nobile origine.

La chiesa di S. Maria delle Grazie fu affidata alla confraternita dell’Immacolata, che aveva sede nella chiesa dell’Annunziata dei padri francescani conventuali (anche il loro ordine fu soppresso). La confraternita dell’Immacolata ne ebbe cura  fino al 1851, anno in cui vi si costituì con real decreto del 2 agosto, sotto il pontificato di Pio IX, la confraternita di S. Maria delle Grazie, che provvide alla cura, al restauro ed alla manutenzione del sacro edificio, ancora oggi, grazie ad essa ed ai fedeli, aperto al culto e luogo di forte richiamo mariano. Vi si pratica, infatti, il culto della Madonna della Consolazione, della Madonna delle Grazie, della Vergine Incoronata con gran concorso di devoti.

Passò al Comune il monastero i cui locali furono utilizzati per pretura, carcere, scuole elementari, ginnasiali e professionali.

Imponente e magnifica costruzione, realizzata grazie ai decreti di S. Giovanni Leonardi ed alla pietà della popolazione, essa attesta la presenza in Sant’Agata dei Benedettini e di S. Giovanni Leonardi, ma anche di un venerabile, padre Pietro Casani, che accompagnò il Santo nella visita e funse da segretario.
Chiesa e monastero sono due tangibili preziose testimonianze della plurisecolare presenza dei Verginiani a Sant’Agata di Puglia (oltre sei secoli), presenza nella cui storia si rileggono molte vicende della comunità, alla cui crescita spirituale e civile i Padri hanno decisamente contribuito.


 
Religiosi santagatesi nell’Ordine dei Chierici Regolari della Madre di Dio

Nell’Ordine dei Chierici Regolari della Madre di Dio sono entrati ben cinque religiosi santagatesi.

Il primo fu padre Nicola D’Amato, che celebrò la sua prima messa il 17 luglio 1923 in S. Maria in Campitelli ed il 15 agosto nella chiesa matrice di S. Nicola del suo paese natale. Fu rettore a Fosciandora, e rettore generale dell’Ordine dal 1946 al 1953; è stato postulatore generale dell’Ordine e parroco della chiesa di S. Maria in Campitelli. Lo hanno seguito padre Vespasiano Mele, padre Mario Mele (fratelli), padre Nicola Testa, padre Filippo Santoro, padre Paolo Fredella.

 

Il testo della visita apostolica

Die 2 Maij. Adm. R. D. Commiss. ad S. Agatham, quam dicunt de Apulia, iter direxit, et in conventu pread. Religionis honorifice receptus, ecclesiam reperiit convenientem et ornatam omniaque in ea satis munda et decentia; non tamen ibi …servabatur SS. Euchar. Sacram. Domum invenit angustam nimis, cum 3 tantum cellis. Habitant ibi quinque monachi, et proventus ad summum ascendit quatuorcentum aureorum, aut circa. Interrogati monachi de priore et pace, dixerunt bene. Illius terrae populi petierunt obnixe non sopprimi locum, et ad  aliquam expensam, incertam tamen, obtulerunt se paratos; ….locus inaptus nimis videtur aedificationi.

In hoc loco referit prior (foglio bucato) eius bona stabilia non parvi pendenda, absque Apostolico indulto fuisse (foglio bucato) […] pta.

Giorno 2 maggio 1596. Il molto reverendo Sig. Commissario Apostolico diresse il suo viaggio a Sant’Agata che dicono di Puglia e nel convento di predetta Religione [fu] ricevuto con onori, trovò la chiesa decente ed ornata e tutto abbastanza pulito e decente; non vi si conservava il SS.mo Sacramento dell’Eucaristia.  Trovò la casa abbastanza angusta, con solo tre celle. Vi abitano cinque monaci, e i proventi assommano a scudi 400, o circa. Interrogati i monaci intorno al priore ed alla pace dissero bene. La popolazione di quella terra chiese con fermezza che non si sopprimesse il luogo, e si disse disposta a collaborare con qualche somma, ma non la precisò. …il luogo poco adatto alla costruzione. In questo luogo riferì il priore che alcuni beni stabili di certa consistenza erano stati alienati senza l’Indulto Apostolico.

 

Documenti e Bibliografia essenziale

Archivio storico dell’abbazia di Montevergine
Archivio storico della SS.ma Trinità di Cava dei Tirreni
Archivio storico dell’Ordine dei Chierici Regolari della Madre di Dio (docc.  fattimi pervenire in CD dal rev.mo Padre Davide Carbonaro – che ringrazio).
G. Mongelli, L'Archivio Storico dell'Abbazia di Montever­gine, Vol. Il, Roma, 1974.
P. N. D'Amato, S. Giovanni Leonardi, in “Incontro”,Rivista dell'Associazione Santagatesi residenti in Roma, febbraio 1969.
D. Donofrio Del Vecchio, Monachesimo benedettino in Sant’Agata di Puglia, in “Itinerari Santagatesi”, Matera 1982.
Tranfaglia, Montevergine e la congregazione verginiana, Roma 1929.
Padre Vittorio Pascucci, La riforma cattolica in S. Giovanni Leonardi, Lucca 2004.

 
Dora Donofrio Del Vecchio

di Vittorio Pascucci OMD



1. LA FARMACOLOGIA A LUCCA


Il rescritto pontificio


In data 8 agosto 2006 la “Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti” invia al Padre Generaledell’Ordine dei Chierici Regolari della Madre di Dio un atteso rescritto ufficiale in cui si comunica che “Il Sommo Pontefice Benedetto XVI…assai volentieri acconsente e conferma SAN GIOVANNI LEONARDI, PRESBITERO, PATRONO PRESSO DIO DEI FEDELI CHE ESERCITANO L’ARTE DELLA FARMACIA”(1).

Il capoverso di apertura del documento, pur nella sua scarna redazione tipicamente canonica e quindi in estrema sintesi, lascia tuttavia percepire con buona chiarezza la effettiva ragione storico-ascetica  per la quale il Santo Padre aveva aderito al voto unanime espressogli, a suo tempo, dall’intero episcopato italiano: “I fedeli, soprattutto coloro che esercitano la professione farmaceutica, coltivano con assiduo culto ed invocano in modo particolare il sacerdote San Giovanni Leonardi il quale ebbe modo di praticare lo stesso esercizio farmacologico”.

Difatti dal primo biografo del Santo siamo informati che “giunto all’età di 17 anni, quando haveva già appresa in scola sufficiente intelligenza, dispose suo padre di trasferirlo alla città di Lucca et applicarlo al arte della spetiaria con disegno che, appresa quella arte se ne tornasse alla patria dove, exercitandola, per esser quella terra di passaggio, saria stato non piccolo il suo guadagno”(2).

 
La “via Francigena”

Grazie a questi essenziali cenni fornitici da Giuseppe Bonafede siamo indotti a risalire idealmente la parte iniziale  della pittoresca media valle del Serchio. Questo fiume, partendo dall’alta Garfagnana, scorre tra i contrafforti delle Alpi Apuane e le propaggini dell’Appenninotosco-emiliano, lambisce la città di Lucca e poi si getta nel Tirreno a nord di Pisa. Là dove le sue acque acquisivano la confluenza del torrente Freddana immetteva verso quella che era la cosiddetta “via Francigena” (letteralmente: via generata dalla Francia)sottesa, in modo implicito, nel manoscritto. Si tratta di quella “importantissima direttrice, forse la più importante dell’epoca che, dal Nord Europa, attraversando le Alpi in Valle d’Aosta, valicando l’Appennino, percorrendo Toscana e Lazio, giungeva a Roma”(3). D’altra parte sappiamo come perfino Livio (21,59), descrivendo l’arretramento del console Sempronio Longo in direzione sud verso Lucca, di fronte all’avanzata di Annibale, faccia preciso riferimento alla “esistenza di un passaggio rapido attraverso la Garfagnana”(4). Naturalmente, anche se può apparire perfino retorico doverlo far presente, alla luce di quanto è stato appena ricordato conviene puntualizzare un incontestabile e oggettivo dato di fatto che ne derivò di riflesso. “I traffici che si svolgevano per la Francigena svolsero una funzione di stimolo per l’economia e furono alla base della ricchezza della città medievale tutt’oggi testimoniata dalle nobilissime chiese romaniche lucchesi”(5).

Dopo gli attuali 15 chilometri -corrispondenti più o meno alla zona dove era ubicata la pietra predisposta a segnare il decimo miglio romano- giungiamo nei pressi di una delle più armoniche torri che svetta al centro di uno storico borgo non casualmente chiamato Diecimo. Quella precisa denominazione -così come tanta parte della toponomastica circostante, si pensi a Sesto di Moriano oppure a Valdottavo- evoca, ancora oggi e con giustificato orgoglio,remote memorie mai totalmente sopite.

A poche diecine di metri dalla splendida pieve romanica, una delle tante fatte erigere dall’immancabile contessa Matilde, è presente tuttora -anche se trasformata in centro di cultura e di spiritualità- l’antica dimora della patriarcale famiglia di agiati proprietari terrieri nella quale l’ultimo arrivato, il settimo per l’esattezza, ossia il nostro Giovanni, dimostrava doti veramente eccezionali; per cui i genitori, a buon diritto e con un preciso disegno proiettato nel tempo, pensano di indirizzarlo verso un futuro di affermato professionista.

Appena adolescente, lo mandano presso un sacerdote di Villa Basilica(6) ad apprendere i primi elementi di grammatica latina in vista, oggi diremmo, di una scuola superiore.

Difatti qualche anno dopo, come riferisce il biografo, “per ubidire a suo padre…s’inviò verso la città di Lucca per attendere alla spetiaria”.

Lo stesso cronista però si fa subito scrupolo di postillare una annotazione in virtù della quale ci lascia già intuire vaste dimensioni ed orizzonti che, sul momento, sarebbero state chiaramente imprevedibili: “Ma per altra spetiaria l’ordinava Dio nella quale doveva imparare a componere medicamenti per l’anime, più perfetti”. Tanto è vero che poi, puntualmente, non può fare a meno di registrare con fedeltà: “Si accomodò Giovanni nella bottega di un huomo da bene e timorato di Dio, chiamato Antonio Parigi, dove s’obligò il padre, per contratto, a servire per lo spatio di 7 anni”(7).

Ad ogni modo, è tutt’altro che banale la precedente chiosa del Bonafede. Essa, difatti, consente di anticipare -attraverso l’enunciato parallelismo farmacologico: “per altra spetiaria l’ordinava Dio”-  una sorta di continuativa sensibilità psicosomatica che avrà modo di rivelarsi veramente ad altissimo livello.
Nel Leonardi questo non interrotto legame viene a tradursi con originalissime forme di comunicazione che sorprendono persino nell’ambito di uno specifico e pertinente ordine lessicale a conferma, appunto, di un convinto filo conduttore assolutamente privo di cesure.

In forza di una simile convinzione interiore la eventuale patologia del corpo -al di là del suo oggettivo spessore e quindi della conseguente, inevitabile sofferenza fisica- finisce per rivestire i panni e i toni drammaticamente plastici di ben altra “malattia”. Per questa infermità è più che mai incalzante l’urgenza di approntare terapie, intanto per l’immediato; salvo poi disegnare, con sano responsabile discernimento, opportune prevenzioni e, per il futuro, soprattutto adeguati progetti di crescita umana che siano consoni alla indilazionabile messa in gioco di un costume che era sull’orlo del disfacimento.

 
Una tradizione farmacologica

Le prime normative inerenti ai professionisti della farmacopea vengono attestate già nel lontano 1308 e compaiono all’interno di uno specifico “Statuto di Lucca”(8).

“Gli speziali (spetiales et aromatarii), che in antico vendevano e fabbricavano, assieme con le droghe e le composizioni medicinali, anche le spezierie da cucina, le tinte, le cere, le resine e le peci, la carta e l’inchiostro, erano sotto la doppia dipendenza delle Corti del Fondaco e de’ Mercanti…Ma nel corso del tempo si ebbe a sperimentare come fosse necessaria una più diretta vigilanza sull’esercizio di quest’arte così interessante per la salute pubblica. A questo effetto il Consiglio Generaleincaricava un certo numero di cittadini di compilare…una minuta di legge la quale fu poi presentata e approvata l’11 maggio 1563. Venne in questa stabilito che si eleggesse ogni anno un apposito magistrato…“Provveditori delle Spetiarie”  i quali dovessero in tutto sopravvedere al buon andamento di quella professione mediante una continua vigilanza tanto sulle medicine, loro qualità e fattura, quanto sull’abilità e condotta degli speziali che da loro dovevano essere esaminati ed approvati. Col progresso del tempo andò quasi in disuso quel nome di “Provveditori” e invalse quello di “Offizio sopra gli Speziali”(9).

Occorre riconsiderare nella giusta misura la serie di notizie appena riferite tutte induttive al concetto di un’allargata distribuzione commerciale perché la constatazione  che la stessa fosse, allora, quasi naturalmente collegabile all’ambiente di un’antica spezieria, consente di apprezzare meglio quella intelligente annotazione geografica marcata dal biografo. Difatti l’autore, allorché spiega i progetti di papà Leonardi per il proprio figliolo, li vede legittimamente improntati ad una prospettiva di auspicabile ed opportuno ritorno economico appunto perché, essendo Diecimo terra di facile transito, “saria stato non piccolo il suo guadagno”. Dunque quando, poco dopo la metà del secolo, furono emanate quelle puntuali disposizioni di cui si è fatto cenno, il nostro era un giovane ventiduenne che, ormai da quattro o cinque anni, frequentava la spezieria di Antonio Parigi la cui presenza viene attestata da un elenco ufficiale conservato nell’Archivio di Stato di Lucca, come ho riportato nella nota 7.

Gli “Ordini sopra li spetiali della città e stato della serenissima Repubblica di Lucca”, stabiliti nel 1563, confermati nel 1589 e successivamente nel 1731 per poi essere editi presso Ciuffetti nel 1732, definiscono -con ulteriore assoluta chiarezza e rigore- delle norme peraltro sostanzialmente già operative in virtù di una secolare tradizione di responsabile serietà nei confronti del malato che rimontava, secondo quanto ho avuto modo di rammentare, fin dal remoto 1308.

Questo, dunque, sta a significare che Giovanni Leonardi trascorre gli anni migliori della sua formazione umana e culturale in un preciso centro farmacologico che non esauriva la sua funzione professionale quale semplice punto-vendita di medicine, come invece sono, abitualmente, le moderne farmacie. A quei tempi una simile  frequentazione significava, soprattutto, trovarsi all’interno di un contesto di studio, di ricerca e di elaborazione dei prodotti per la salute che era regolamentato da tassative disposizioni le quali -lo vedremo subito- non lasciavano il minimo scampo né a improvvisazioni, né a pericolosi dilettantismi.

 
Gli “Ordini sopra li spetiali”

Le notizie che seguiranno le rilevo da uno specifico saggio critico(10).

Fu creata una apposita struttura di sorveglianza che “doveva riunirsi nel Palazzo degli Anziani una volta la settimana per vigilare sull’osservanza degli Ordini”. Era prevista una vera e propria forma di ispezione per la quale, almeno ogni 15 giorni, dovevano visitare una spezieria della città da estrarsi a sorte. “Nessuna composizione di medicamenti…poteva essere fatta se non in presenza di un deputato dell’Ufficio dei Provveditori [l’organismo pubblico citato poco fa]il quale doveva altresì accertarsi della bontà dei componenti ed assistere alla incorporazione dei medesimi”.

Il titolare della spezieria era obbligato a tenere un apposito libro in cui “dovevano iscriversi il nome dei composti, dei componenti, la qualità, l’anno, il mese ed il giorno della preparazione” in modo da poterlo esibire sempre nel corso dei dovuti controlli.

Originale era poi la figura dello “Spetiale eletto” ossia di colui che accompagnava i deputati alla visita delle spezierie l’unico, cioè, che davvero potesse rendersi conto, con esatta cognizione di causa, delle eventuali infrazioni commesse nelle composizioni dei medicinali o della loro bontà. Difatti era tenuto ad esaminare il registro delle preparazioni insieme ad uno dei medici provveditori. Era così chiamato perché veniva eletto e durava solo lo spazio di un anno.

Negli ordinamenti si ritrova persino un riferimento per alcune sedi decentrate: “Gli speziali delle città di Bagni di Lucca, Borgo, Camaiore, Villa non potevano dispensare medicinali senza la presenza di un medico”. Particolare premura e attenzione veniva poi riservata verso i possibili rischi di una eventuale reciproca corruzione tra i vari professionisti. Per cui, ad esempio, era “vietato et prohibito ai medici et ai cerusici di fare in qualsivoglia modo, immediatamente o mediatamente, società con gli speziali”. La multa prevista in casi del genere risultava pesantissima: “cento scudi d’oro da applicarsi a ciascun contravventore”.

Tra gli altri oneri degli speziali c’era anche quello di comporre e dispensare soltanto “secondo un ricettario approvato dal Collegio dei medici di Lucca”. Al riguardo anzi veniva precisato puntigliosamente: “E non secondo altri autori, pena la multa di scudi 10”.

Per quanto avrebbe potuto interessare più direttamente il Santo, in vista di un suo futuro professionale, è utile ricordare ancora alcuni precisi adempimenti da ottemperare al fine di iniziare una propria autonoma attività farmacologica a Diecimo, secondo i progetti di suo padre.

“A nessuno era lecito aprire una spezieria se non dopo aver ampiamente documentato ai Provveditori di aver esercitato l’arte per almeno otto anni”. Come difatti si accingeva a fare il nostro nel 1568, salvo poi la vitale inversione di rotta di tutta un’esistenza e della quale dirò subito.

“Il candidato doveva mostrare di possedere cognizioni di lingua latina e delle altre cose necessarie a sapersi per il buon andamento dell’esercizio”. Le eventuali trasgressioni erano punite con una ammenda che poteva variare dai 50 ai 100 scudi,  “ad arbitrio dei Provveditori”, stando alla puntuale precisazione.
“I conti degli speziali dovevano essere rivisti dallo speziale dell’Ufficio dei Provveditori… e dovevano far fede di fronte a qualsiasi magistrato o giudice…affinché gli speziali non tenessero conti lungamente sospesi e soprattutto potessero avere li loro denari per potere servirsi di quelli in comprare robbe buone a contanti, et non a tempo in cattive”.

“Il Consiglio degli Anziani poteva ordinare la chiusura della spezieria dentro un mese dal giorno della denunzia” qualora le stesse fossero risultate in scadente tenuta, sfornite di medicamenti o con i medesimi, eventualmente, alterati.

Credo sia del tutto superfluo spendere parole di commento  di fronte ad un simile accurato assetto normativo che, nella sua ben ripartita precisazione giuridica, ci consente di apprezzare le dimensioni di un costume sanitario perfettamente organizzato secondo criteri di mirata efficienza e professionalità.
Come è logico, nessuno è così ingenuo da ritenere che tutto ciò possa essere stato solo il frutto di una qualche ipotetica ed irreale germinazione spontanea. Al contrario, il quadro disegnato denota la più che naturale, ovvia risultanza di tutta una serie di chiare componenti ben diversificate tra loro le quali meriterebbero un approfondimento assai maggiore rispetto a quanto, purtroppo, non sia consentito ai limiti imposti per la stesura del presente elaborato.

La matrice di partenza è certamente da rinvenire in specifiche situazioni tra le quali si configurava, quale primaria, la “provocazione” religiosa qui già parzialmente emersa allorché accennavo alle vicende della “via Francigena”. Le esigenze della stessa erano necessariamente collegate alle difficoltà o -a seconda dei casi- alle agevolazioni derivanti dalla particolare orografia del territorio; ma non solo. Per un elementare sano realismo espositivo va dunque riconosciuto che -di riflesso a quanto appena detto- ne discendevano  varie necessità, fin troppo prevedibili, di assistenza farmacologico-medica cui infine venivano a saldarsi -come sempre succede-  anche connessi ritorni economici di molteplice e differenziata natura.

Perciò occorre riprendere, sia pure per un attimo, il precedente discorso dei “romei”, ossia dei tanti pellegrini diretti verso le tombe degli Apostoli.

Dopo aver osservato che dalla località posta alla confluenza del torrente Aulella con la Magra si dipartiva una raggiera di percorsi verso i passi appenninici della Lunigiana orientale e della Garfagnana, rimane abbastanza facile prendere atto di conseguenza che, fin dal “1260, entro la cerchia urbana [di Lucca] è accertata la presenza di tredici spedali… Almeno al 1076 risaliva lo spedale presso la cattedrale di San Martino; …al 1079 quello annesso alla chiesa di Santa Maria Foris Portam; al 1099 quello di San Frediano e via dicendo”(11).

 

NOTE

1) AA.VV., San Giovanni Leonardi, Patrono dei Farmacisti, a cura della UCFI, 2006, p.3.
2) Giuseppe Bonafede, Vita del P.Gio[vanni] Leon[ar]di, Manoscritto conservato in ASMCO, I, 15, carta 37. Cesare Franciotti, Cronache della Congregazione dei Chierici della Madre di Dio, a cura di Vittorio Pascucci, Ed. S.Marco-Lucca, Lucca 2008, p.201, fornisce anche l’anno: “Fu esso (mentre era ancor giovane d’anni 17 incirca) dal padre mandato a Lucca l’anno 1561”. Questo lascerebbe pensare al 1543-1544 quale data di nascita del Santo. Ma sappiamo come il Franciotti sia piuttosto elastico circa simili dettagli. Si pensi alle perplessità espresse persino quando riferisce i dati cronologici relativi alla morte di suo fratello, il padre Giulio: Op.cit., p. 219.
3) AA.VV., La via Francigena nel GAL degli Etruschi- Guida breve del territorio, Viterbo 2008, p. 7.
4) Augusto Mancini, Storia di Lucca, Maria Pacini Fazzi Editore, Lucca 1981, p. 1.
5) Renato Stopani, Guida ai  percorsi della via Francigena in Toscana, Ed. Le Lettere, Firenze, IV Ristampa, 2003, pp. 100-101.
6) I dati relativi a questo sacerdote sono rilevabili nella Archivio parrocchiale: “Martilogio et campia delle terre et beni della pieve di S. M. Assunta – Nota dei Signori pievani di Villa Basilica – N.7: Giuliano Carli dal 1543 al 1575”.

  1. Giuseppe Bonafede, Vita del P.Gio[vanni] cit., cc. 37-38. Antonio Parigi risulta in un elenco ufficiale stilato dall’ Offizio sopra gli Speziali, n. 1 (1563-1673), Archivio di Stato di Lucca, Deliberazioni, Prima parte, A d’ primo Gennaro 1564, Nota di quelli che al presente essercitano l’Arte dello Spetiale in la Città, carta 11 r.
  2. R.Ciasca, Memorie e documenti per servire alla istoria della città e stato di Lucca, Lucca, Bertini, 1814.
  3. Salvatore Bongi, Inventario Archivio di Stato in Lucca, Strumenti per la ricerca, Vol. V, Parte Prima, Istituto Storico Lucchese, Lucca, 1999, Copia anastatica, pp. 219-220.
  4. Antonio Esposito Vitolo, Gli “Ordini sopra gli speziali” della città di Lucca del 1589 e del 1732, Pisa, Arti Grafiche Pacini Mariotti, 1947.
  5. Renato Stopani, Guida ai  percorsi cit., p.100.
 

2.  IL FARMACO COME ALLEGORIA

Due osservazioni

A questo punto diviene assolutamente doverosa una qualche piccola considerazione.
Intanto, a livello strettamente lessicale, credo sia rilevante constatare come la radice etimologica di quei centri appena ricordati evochi -quale prevalente messaggio della sua dizione- piuttosto il concetto della spezieria, vale a dire dei medicamenti apprestati ai pellegrini bisognosi,rispetto -invece- al nostro comune ospedale, di certo posteriore e che richiama preferibilmente l’idea di ospitalità.

Il secondo dato inequivocabile è fornito dal loro costante abbinamento a ben definiti luoghi di culto.
Questo significa non solo quella che, secondo la nostra attuale comunicazione, verrebbe definita una libera e spontanea supplenza nei confronti di evidenti carenze civili, ma soprattutto induce anche a presupporre precisi punti di riferimento non solo motivazionali, ma persino organizzativi.

Studiando antiche mappe e riflettendo su certa originale toponimastica del centro cittadino(12) possiamo farci un’idea sulla fitta rete di accoglienza che, dalle accennate lontane origini altomedievali, era andata man mano moltiplicandosi. Infatti a Lucca -proprio perché rilevante snodo per imponenti flussi di persone- trovavano rifugio, oltre a coloro che avevano contratto qualche malattia (i più gravi venivano ricoverati nei lazzaretti fuori della cinta muraria), anche dei protagonisti di altro genere di sofferenza. Ad esempio nei pressi dell’attuale Porta S.Donato era sorto l’ospedale “San Luca” che accoglieva specialmente gli orfanelli. Sul lato destro della chiesa di S.Francesco scorre “via della Quarquonia” ossiaun titolo, come si vede, perlomeno strano; eppure il singolare toponimo determinato in realtà da un doppio interrogativo latino: “quare-quoniam?” si incarica di far memoria che in quella zona, riprendendo l’esperienza di un sacerdote fiorentino, Filippo Franci, sorgeva una casa predisposta per ragazzi affetti da “particolari” problemi. Vicino piazza Bernardini un altro ospedale era stato eretto dai “Cavalieri del Tau” di Altopascio. E infine, proprio accanto alla spezieria di Antonio Parigi, oltre a “vicolo degli Orfanelli” tuttora presente, sorgeva l’ospedale degli “Incurabili” cioèquelli che noi siamo soliti qualificare come malati terminali.

Dunque, per concludere, singolari forme di espressione religiosa, come i pellegrinaggi, richiedono la premurosa accoglienza di alcune persone in difficoltà dentro apposite strutture, ossia gli ospedali. Da queste prime istanze ne discendono, quale corretta conseguenza, prima di tutto il doveroso innalzamento del livello di professionalità in funzione di una migliore garanzia per la salute dei pazienti e poi anche l’attenta cura che fossero evitati disdicevoli tentativi di vergognose speculazioni, purtroppo sempre in agguato.


Giovanni Leonardi, speziale

Si assiste, cioè, ad un interessante reticolato certamente assai composito nelle sue espressioni, ma in cui è innegabile però la presenza di un ben definito tessuto connettivo di natura etico-normativa. Tuttavia appare altrettanto evidente come lo stesso sia basato essenzialmente su di una determinante sensibilità che oggi chiameremmo esclusivamente di “volontariato”.

Sorgono così delle associazioni laicali che abbinano l’impegno per un rinnovato percorso di fede con il concreto attestato di una generosa accoglienza.

In questo senso particolarmente attivo è l’ambiente senese dove opera la confraternita dei “Sacri chiodi di Gesù” o più semplicemente del “Chiodo” e dove, in precedenza, Giovanni Colombini (1304-1367) aveva dato vita ai “Gesuati” la cui denominazione fu poi facilitata, grazie al cognome del fondatore, in “Colombini”(13). Questi ultimi ebbero modo diffondersi in modo particolare a Lucca, presso la chiesa di S.Girolamo oggi trasformata in auditorium adiacente al Teatro del Giglio. Il Franciotti nella sua opera ci documenta questa abituale prassi di generosa ospitalità parlando di uno di costoro, Giovanni del Fornaino, del quale scrive: “Viveva dell’arte sua e di alcuni beni lasciatili da suo padre, dilettandosi di farne parte alli poveri religiosi et a’ pellegrini che soleva albergare in casa sua”(14).

Proprio in quel gruppo di laici, spiritualmente guidati dai domenicani della chiesa di S.Romano, ritroviamo il giovane Leonardi da qualche tempo, come sappiano, apprendista presso la spezieria del Parigi. Anzi, secondo quanto già attuato da altri, che ormai formavano una sorta di cenacolo sui generis, dopo un po’ anche lui si recò “ad habitare nella stanza di Giovanni del Fornaino, con l’emolumento che conveniva…benché l’essercitio della spetiaria andasse seguitando nella bottega sopradetta”(15).
Intanto, però, occorre fare una sia pur minima sintesi di elementare memoria storica e registrare come ormai nella Chiesa fosse in atto,  provvidenzialmente, un rinnovato e carismatico dinamismo dello Spirito.

Con la ingente fioritura di nuove Congregazioni religiose comparvero soprattutto protagonisti come Carlo Borromeo, Filippo Neri, Ignazio di Loyola, Giuseppe Calasanzio, Camillo de Lellis, Luigi Gonzaga, solo per nominarne alcuni e, appunto tra loro, Giovanni Leonardi. Vale a dire cioè che -al di là delle pur necessarie puntualizzazioni dottrinali- furono queste anime a rendere leggibili nel concreto, ossia con la loro personale e quotidiana attestazione, gli effettivi tratteggi che lasciavano riconoscere la radicale autenticità di una riforma che fosse realmente atta a coinvolgere in pieno l’esperienza di ogni battezzato.
Quindi anche tutte le iniziative locali sopra descritte vanno colte alla stregua di realistiche espressioni di un contesto di assai più vasto respiro.

Dopo la grave lacerazione prodotta dal dissenso dogmatico dei fratelli separati, l’intera compagine ecclesiale era tutta protesa alla riscoperta della propria genuinità evangelica. Essa avrebbe trovato il suo apice magisteriale nella assise tridentina, decisamente determinante per tutta una serie di successive conseguenze, e che concluse i suoi lavori nel 1563. A questo proposito e sia pure a titolo di curioso quanto occasionale sincronismo, conviene tenere bene a mente questa data. Per carità, sia ben chiaro, non si tratta di altro se non di una fortuita e simpatica  coincidenza. Ma si dà il caso che stia a designare lo stesso anno in cui venivano approvati gli “Ordini sopra li spetiali della città e stato della serenissima Repubblica di Lucca”.

Se poi a tutta questa serie di considerazioni aggiungiamo, come in parte è stato già ricordato in precedenza, che “in quei tempi, le farmacie erano le classiche aule dell’opinione pubblica non meno che il deposito delle erbe medicinali e delle droghe che venivano da lontane terre, si può pensare che il Concilio di Trento, che conclude la sua ultima fase in quel periodo di anni, con le sue implicazioni politiche abbia dominato le chiacchiere di farmacia che il nostro Leonardi doveva pazientemente ascoltare, mentre preparava infusi o sciroppi e manovrava alambicchi o mortai”(16).

 
Da farmacista a sacerdote

“Guai a me se non predicassi il vangelo !”(1 Cor 9,16)aveva proclamato Paolo di Tarso a se stesso con forza,   quasi spiritualmente gridando ai quattro venti l’ansia di una cocente apprensione apostolica che lo divorava di vivissima sollecitudine comunicativa per la salvezza dell’uomo.

Ebbene, da sempre il nostro Santo aveva avvertito con scrupolo l’identica esigenza di riversare, verso chi si sarebbe reso disponibile a percorrere il suo stesso itinerario di fede, tutta la ricchezza di grazia che certamente avvertiva presente nel suo intimo. Di essa, sentiva la premura di doverne riconsegnare la intera somma, non certo quale suo esclusivo personale patrimonio, ma unicamente come preziosa eredità che gli era stata affidata dal Padre dei lumi a vantaggio dei fratelli in cammino.

Egli avrebbe vissuto perciò la propria esperienza di consacrato, alla quale approdò dopo aver lasciato la bottega dello speziale nel 1568, essenzialmente come severo impegno di personale mediazione in vista del profetico annuncio da proporre alla condivisione di quanti, nella vana ricerca di assoluti punti di riferimento, continuavano invece ancora a brancolare nella più dubbiosa e tormentata inquietudine.

Pur nella piena e fedele coerenza con gli obblighi provenienti dalle differenziate stagioni del personale percorso di vita, il Santo prestò in ogni momento vigile attenzione alle direttrici di un singolare, enigmatico tracciato. Tra gli inconsci risvolti del proprio interno e fin dai lontani tempi della sua adolescenza, gli si era parato davanti un esistenziale progetto che però -allo stato attuale delle cose- ormai si faceva ogni giorno maggiormente assillante e, soprattutto, con modalità sempre più ricorrenti. Quegli sparsi segmenti, riannodandosi progressivamente tra loro, man mano configurarono -nella devota specularità del suo animo- le grandezze di un disegno forse inizialmente a malapena intuito, ma che intanto gli si era andato dipanando con progressiva chiarezza grazie al suo umile atteggiarsi di premuroso discernimento al cospetto delle impalpabili, ma ferme sollecitazioni dello Spirito.

E’ assai probabile che le più recenti esperienze -al di là, beninteso, della misteriosa e provvidenziale “chiamata” di Dio- abbiano come catalizzato, nell’animo del Leonardi, un processo già in atto da tempo. Si è così definitivamente convinto a passare dalla farmacopea studiata a vantaggio dei corpi verso la direzione di un più intimo investigare in se stesso. Erano ormai maturi i tempi per chiedersi se, per caso, il Signore non volesse fare di lui piuttosto un attento e premuroso terapeuta delle anime.

Inutile dire che, a quel punto, per il nostro protagonista non ci fu più spazio per il minimo dubbio.
Difatti il cronista annota: “E fattosi sacerdote, celebrò nella chiesa di S.Giuseppe, appresso il Monastero delle Moniche Gesuate, il giorno dell’Epifania, la sua prima messa l’anno 1571”(17).

Esula dai limiti imposti al presente saggio, seguirlo nelle molteplici attività nelle quali sarà poi intensamente impegnato in virtù della sopravvenuta ordinazione presbiterale.

Dirò solo che, nell’immediato, lo ritroviamo assiduo e appassionato promotore della catechesi, cioè una tra le primarie forme di pastoralità che a Lucca, fino ad allora, era del tutto inesistente e poi quale fondatore, nella stessa città, di una nuova famiglia religiosa, ossia i Chierici Regolari della Madre di Dio (OMD). Successivamente Clemente VIII lo invia, quale Visitatore Apostolico, a realizzare la riforma di antichi ordini monastici. Chiuderà, infine, la sua giornata terrena gettando le basi di un innovativo movimento missionario con le premesse ascetico-dottrinali in funzione del Collegio di Propaganda Fide.
Tutto quanto ho qui appena accennato in estrema sintesi, mi sono premurato a suo tempo di esporre in una quindicina di volumi e articoli pubblicati in varie riviste storiche nei quali vengono riferiti i risultati di accurate ricerche di archivio condotte su materiale di prima mano, cioè assolutamente inedito, ora finalmente messo a disposizione degli studiosi dopo oltre quattro secoli di silenzio.

Invece in questa sede mi preme soprattutto mettere bene in evidenza che in effetti, anche dopo l’ordinazione sacerdotale, per padre Giovanni non ci fu affatto soluzione di continuità con il suo passato visto che, come vedremo, la pratica acquisita presso il bancone del laboratorio non venne minimamente cancellata. Ad esempio, non è per nulla casuale che la sua prima celebrazione eucaristica sia avvenuta nella cappella delle “Gesuate”, ossia presso quello che era il ramo femminile dei “Colombini”. Sembra quasi abbia voluto sottolineare il senso di una non interruzione con l’esperienza, a suo modo ascetica, vissuta all’interno di una realtà in qualche maniera comunque collegata al variegato mondo della spezieria.

Anzi quella stessa professionalità che per lui aveva sempre significato sintesi di lavoro e contemplazione, lungi dall’essere obliterata, diventa adesso prezioso costume comunicativo espresso attraverso moduli contrassegnati  da essenzialità e chiarezza fruitiva messa a vantaggio dei multiformi e più vasti campi nei quali, d’ora in poi, lo avrebbero sollecitato le differenziate esigenze apostoliche.
Difatti preciso subito che, proprio allo scopo di comprovare questo non interrotto legame perlomeno lessicale, mi limiterò a fornire col bilancino del farmacista -spero sia consentito l’ameno riferimento- solo qualche modestissima “pozione” antologica desunta dai suoi scritti più intimi, vale a dire dalle scalette espositive dei Sermoni e dalle carte del personale Epistolario.  

 

NOTE

12) Cfr. Gilberto Bedini – Giovanni Fanelli, Lucca iconografia della città,Centro Studi sull’Arte, S.Marco-Lucca, 1988, vol. II.
13) Per la prima vedi: F.D. Nardi, Matteo Guerra e la Congregazione dei Sacri Chiodi(secc.XVI-XVII) - Aspetti della religiosità senese nell’età della Controriforma, in Bullettino senese di storia patria, XCI, (1984), pp. 12-148; cfr. anche Vittorio Pascucci, Testimoni profetici della riforma cattolica, Ed. S.Marco-Lucca, Lucca, 2007. Per i secondi vedi:  Isabella Gagliardi, “Li trofei della Croce” L’esperienza gesuata e la società lucchese tra Medioevo e Età Moderna,Firenze, 2007; cfr. Anche: S.Giovanni Leonardi, Sermoni, a cura di Vittorio Pascucci,, Ed. S.Marco-Lucca, Lucca, 2003, p. 30.   
14) Cesare Franciotti, Cronache cit., p. 200.
15) Ivi, p. 202.
16) Luigi Gedda, S. Giovanni Leonardi - Dal Concilio di Trento al Vaticano II, Tipografia Poliglotta Vaticana, Roma,1963, pp. 7-8.
17) Cesare Franciotti, Cronache cit., p. 204.

 



“Con Lui misurate le cose”

Sappiamo tutti come il linguaggio costituisca incontestabile e fedele specchio di un costume e di un modo di essere che spesso emerge con tratteggi addirittura inconsci. Ma, proprio per questo singolare connotato, gli stessi sono capaci di mettere in luce persino quanto il soggetto potrebbe essere tentato di mimetizzare nel ristretto e personalissimo ambito del suo animo. Ne deriva che una dettagliata analisi strutturale della comunicazione molte volte può divenire, per davvero, prezioso strumento decodificativo e, in assoluto, speculare riflesso di verità.

A conferma dell’assunto or ora accennato, dirò che il titolo preposto al presente paragrafo l’ho desunto direttamente da una delle sue lettere, quella del 16 maggio 1592, nella quale lo scrivente invita i propri seguaci ad una maggiore fiducia in un difficile momento della nascente Congregazione. Il messaggio è certamente paterno nell’essenza del contenuto, ma anche altrettanto forte e perentorio nelle prospettive.

Ebbene, si noti come l’esortativo ubicato nella parte terminale del periodo (del quale riporto solo un minuscolo frammento) evochi con chiarezza interessanti e suggestivi riflessi linguistici. Compare una voce verbale tecnicamente assai familiare per chi un tempo, sul bancone dello speziale, aveva dovuto dosare attentamente le varie componenti dei farmaci che andava approntando. Difatti nel documento in oggetto il Santo, non si limita a presentare il solo “Medico” in grado di guidare l’uomo dalla schiavitù della colpa alla liberazione dello spirito, ma -soprattutto- lo addita come unico termine di confronto anzi, per l’esattezza, come esclusiva nostra “misura” al fine di valutare la totalità del divenire con le sue luci e le sue inevitabili ombre: “Un poco più levate li vostri cuori a Dio e con Lui misurate le cose”(18).

Il 4 agosto 1575 chiede al vescovo di Lucca l’autorizzazione di poter mendicare pubblicamente in città.

Egli tiene a motivarne la ragione accennando ai perseguibili risvolti formativi che possono derivare da quel mortificante ed umile esercizio, ossia quale premessa in vista di una auspicabile crescita ascetica dei suoi giovani consacrati. Nello specifico, però, vale la pena sottolineare come il tutto venga disinvoltamente espresso attraverso modalità descrittive che sarebbero appartenute piuttosto ad una normalissima bilancia: “Siando che, per una oncia di spirito che havessino in prima, hora ne hanno mezza libra”.

Cioè quello che, nelle forme comunicative del Leonardi, affascina e stupisce in maniera particolare è il costante, aderente rapportarsi a ciò che è fisicamente tangibile, proprio nel vero senso schietto e letterale del termine. Da questo punto di vista, superfluo aggiungere che una simile originale modalità colpisce tanto maggiormente quanto più trascendenti e spirituali sono le tematiche da lui trattate.
Una particolare, emblematica riprova la si coglie dalla oggettiva ed essenziale nitidezza -tipica evocazione linguistica, appunto, dell’antico farmacista-  che riaffiora nella drammatica missiva datata 8 agosto 1598.

Nulla può maggiormente ferire il cuore di un padre quanto l’abbandono di un figlio.
In questa carta il Santo Fondatore, commentando la morte prematura di un religioso che si era sottratto agli obblighi dell’obbedienza, espone le proprie considerazioni addirittura istintivamente somatizzandole, come per una necessità oserei dire ineluttabile, cioè quasi in modo plastico e visivo: “O miseria, cecità degli huomini che, tirati dal filo della vanità, così facilmente si rompono e fiaccano il collo”.

Inoltre, si ricorderà come in precedenza io abbia accennato alla buona base culturale che la Repubblica di Lucca esigeva dagli apprendisti speziali. In questo senso, la carta citata ne attesta preziosa e adeguata testimonianza. Ma sulla stessa, a scanso di equivoci, è doverosa una piccola premessa.

Non mi pare proprio che nella pagina in esame potessero esserci i minimi presupposti per una ipotetica “esibizione” che sarebbe stata davvero completamente fuori luogo. Però -chiarito allora tutto questo- si osservi come padre Giovanni vada ad usufruire di ogni apporto che abbia comunque delle capacità persuasive, persino quelle ricavabili dalla stessa cultura pagana. Infatti, pur di focalizzare l’attenta meditazione dei destinatari, non esita a citare i “Rimedia amoris” di Ovidio (5,21): “Vedete che chi <<non obstat principiis>>, che poi <<sero medicina paratur ?>>.” Oppure, tramite il solo sostegno della memoria viste le leggere varianti presenti nel testo, e con la massima disinvoltura, abbina al patrimonio classico una pericope biblica (Sir 19,1): “Vedete quanto sia vero che <<qui minima negligit paulatim decidet ? >>, cui poi aggiunge un’altra desunta da S.Bernardo: “Vedete che <<ex minimis magna oriuntur ?>>.”

Infine è assai significativo -come implicito, ma assai pertinente messaggio lessicale-contenutistico- il fatto che nella stessa pagina un sacerdote, un futuro santo, trattando di penose fragilità spirituali, non pronunci mai il termine che di per sé, a livello teologico, sarebbe stato maggiormente consono, vale a dire:“peccato”. Viceversa egli adopera sempre un modulo gergale più attinente all’ambito di pregresse frequentazioni avute con terapie e farmaci di varia natura, che non strettamente relativo ad un itinerario ascetico e spirituale: “Hor vedete che la radice di tutto questo male, altro non è stato che il proprio parere…Ognuno apra gli occhi et entri davvero in se stesso…e pensi in se medicare quel male che altri a morte ha tirato”.

Un ultimo esempio lessicale di lontane reminiscenze, riconducibili comunque alla pratica esercitata con problemi connessi direttamente alla fisiologia, lo ricavo dalla lettera del luglio 1601.

In essa padre Giovanni, nella sua catechesi epistolare, non esita ad evocare una audace e vistosa allegoria,“denudarsi”, per indicare il totalizzante sforzo di continua purificazione che l’anima deve portare avanti, in assoluto, per liberarsi completamente dalle scorie di un meschino e assai riduttivo egoismo peraltro sempre ricorrente in qualsiasi avventura umana, anche quella accolta dalla libera scelta dei consacrati, al fine di aprirsi agli infiniti, incommensurabili spazi dell’Eterno: “Bisogna in queste cose denudarsi d’ogni proprio interesse e il solo servitio di Dio riguardare”.

 
Quale patologia?

Introducendo la pubblicazione agli inediti “Sermoni” di padre Giovanni, nel 2003 scrivevo: “Per un uomo formatosi alla scuola del laboratorio…come tipologia di vita, l’esperimentazione e la prassi precedeva la teoria e questo, prima ancora che nel piano reale, innanzitutto a livello concettuale”(19).
Credo che la mini antologia epistolare appena assaporata ne abbia già offerto una sufficiente riprova. Ulteriore e più esplicita documentazione in proposito è possibile acquisire attraverso la citata raccolta omiletica dalla quale mi limito ad estrapolare soltanto alcuni minuscoli, significativi attestati.

Parlando di ciò che tenta l’uomo, la prima analisi del Leonardi parrebbe chiudersi senza molte speranze:

Noi vediamo tante cose nocive e non cerchiamo li rimedij”(p.47). Al contrario l’attento studio della natura, con le sue paure e le sue risorse portato avanti negli anni giovanili della spezieria, lo induce a riconsiderare le nostre storie all’interno di una armonica sintesi teologica.

Difatti nel prossimo suggestivo quadro tra chi, molto imprudente, non coglie certi segni che sono comunque provvidenziali e chi, viceversa, ne fa premuroso tesoro, il Santo trasmette una rasserenante comunicazione di fiducia. L’assetto formale rimane schematico ed essenziale, tipico del catechista.

Tuttavia, ben oltre le graziose immagini attraverso le quali viene esemplificato il diverso atteggiarsi della creatura e che -in tal senso- non guastano mai, l’effettivo messaggio pastorale si presenta decisamente intenso e assai positivo:

“Questi cattivi sono simili a’ corbi che, sentendo qualche romor non si partono…Ma i buoni, alle colombe: Che subito che sentono il falchetto, fuggono alle lor tane. Così questi, nelle piaghe di Cristo”(p.171).

La peste di Padova del 1576 fu una delle più terrificanti e nel corso di essa, tra gli altri, perì anche il celebre Tiziano. L’eco della stessa perdurava a Lucca fino a tutto il 1580 come si ricorderà dal cenno che ho fatto nei capoversi precedenti circa la presenza dei lebbrosari fuori le mura. In diverse apposite omelie il morbo viene “riletto” dal Santo quale tragica metafora dell’umana dissolvenza determinata dalla colpa. Questa plastica analogia tra i guasti prodotti dall’epidemia e i devastanti effetti del peccato con la fiducia, tuttavia, che il medico divino Cristo ci salva, se veramente lo vogliamo, è protratta per oltre nove carte (tra recto e verso) con un lessico che, definire specialistico, mi sembra più che mai opportuno.

Ne riporto un piccolo saggio: “Doppo il trar del sangue e il pigliar delli sciroppi, bisogna mandar’ fuori li huomor putridi; il che si fa con la medicina la qual, per il più, è amara. Così qua dovete pigliar la medicina della santa penitentia”(p.148).

Un tema particolarmente caro al Santo è il “vedere”, così come viene comunicato nei testi scritturistici.

Egli lo reinterpreta in diverse omelie: sia commentando l’evangelico“Beati oculi qui vident”(Lc 10,23), sia riflettendo sul paolino “Videmus nunc per speculum…Tunc autem facie ad faciem”(1 Cor 13,12).
Sicuramente qui non occorre nessuna specializzazione in fisiologia per intuire di quale vista veramente si tratti. Eppure, l’attitudine alla estrema chiarezza acquisita negli anni della formazione professionale e ormai rimasta indelebile nel suo personale costume di vita, induce il Leonardi a farsi una domanda tutt’altro che retorica ed inutile: “Di che occhi parla qui il Salvatore?”(pp. 278 e segg.).

Come era facile prevedere, la replica non può essere altra che: “ Non di quelli del corpo”.
Superfluo dover sottolineare come sia del tutto scontato che quella risposta esclude, ovviamente, lo specifico ambito attinente un malanno di tipo oftalmico. Malauguratamente però, si tratta di una patologia assai più grave e di ben altra natura, visto come sarebbe fin troppo facile riconoscere che “così sariino stati beati ancora li farisei i quali vedeano con gli occhi corporali tutto quello che vedeano gli Apostoli”.

A questo punto forse può essere di particolare utilità una puntuale annotazione cronologica.
Più o meno in quegli anni -esattamente nel 1586- padre Giovanni aveva commissionato all’architetto Agostino Lupi, per la chiesa di Santa Maria Corteorlandini in Lucca, un pregevolissimo tabernacolo in legno dorato. Oggi possiamo apprezzare l’intensa catechesi per immagini che emana da quel fastoso arredo dopo la rielaborazione fattane da Giovanni Vambrè nel 1673(20).

Ebbene la chiave di lettura teologica del prezioso ciborio, grazie alla comunicazione interpretativa che ce ne fornisce la porticina, risiede proprio nella dilemmatica ipotesi esistenziale di cosa comporti, nella quotidiana realtà, il “vedere” o il suo esatto contrario, vale a dire il “non vedere”.

Difatti per i discepoli di Emmaus raffigurati ai lati del Maestro, avvenne ciò che può accadere esattamente per qualsiasi anima capace di porsi in responsabile ricerca. Soltanto la misteriosa esperienza eucaristica finì per tradursi in quella vitale operazione chirurgica che, nel concreto dei due personaggi, cambiò poi con totale radicalità una intera esistenza: “Et aperti sunt oculi eorum, et cognoverunt Eum”(Lc 24,31).

 
“Cristo posto ne l’aromi”

Credo che, già nei capoversi precedenti, abbia avuto modo di emergere con sufficiente chiarezza il vero nucleo contenutistico e ispiratore del presente saggio. Tuttavia, ora in conclusione, ritengo sia un formale dovere storico -derivante con scientifica modalità dalla sola forza dei documenti- ribadire ancora una volta un fondamentale dato di fatto dalla enorme e affascinante rilevanza ascetica.

C’è da restare veramente commossi nel più profondo intimo ed è impossibile esimersi da una totale, gradevolissima suggestione nel constatare come -quale che possa essere l’argomento trattato- Giovanni Leonardi abbia il dono di articolare le sue meditate considerazioni in modo tale da annodarle -sempre e in ogni caso- intorno a un unico irrinunciabile polo di riferimento vitale costituito soltanto dalla persona di Cristo Gesù di Nazaret.

La riprova definitiva che desidero segnalare particolarmente ai lettori dei suoi Sermoni la prelevo dall’appassionato commento stilato al programma estremamente impegnativo prospettato da Paolo di Tarso: “Fatevi imitatori di Dio…nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore”(Ef 5,1).

Di questo fermissimo convincimento dell’Apostolo la intera sua vita, nelle differenziate stagioni che lo videro tra i protagonisti della riforma cattolica, ne fu la più coerente e leggibile esegesi interpretativa.
Raramente e in modo più intenso, di quanto non avvenga nel presente caso, il Santo riflette sulla parola di Dio con pari aderenza al suo personale vissuto. Sicuramente tutto ciò si è verificato attraverso l’inconscio riandare a quando, nella quotidiana manualità, trattava le molteplici spezie dagli intensi profumi macerandole poi adeguatamente al fine di ricavarne opportuni medicamenti.

Poche volte come ora, in questo sdrucito ancorché preziosissimo documento, allegoria e realtà, simboli ed evento salvifico sembrano alternarsi vicendevolmente senza netti e ben determinati confini.
Ma è proprio per la paradossale “normalità” della fede che ciò avvenga.

Quei singolari trapassi accadono semplicemente perché stanno a designare tutte le misteriose pagine di un’unica storia, quella degli “ultimi tempi” anticipata nella pericope della lettera di Pietro (1 Pt 1,5).
Pagine ancora tutte completamente da sfogliare, restando attoniti e stupefatti di fronte all’incanto dell’effettuale continuo divenire di un divino progetto di amore.

Ecco perché, miscelando memoria e contemplazione, pensosamente assorto nello stilare la sua carta il Santo non può fare a meno di annotare:

“Gli aromati non rendono odore mentre stanno sani, ma rotti spargono il loro odore.
Questo fece Cristo.  Allor diffuse odore, quando fu spezzato.
Quando li fur’ aperte le mani, li piedi, il capo e il costato sparse odor perfetto.
Spezzati gli aromati et posti nel fuoco, si sparge il loro odore.
Cristo posto ne l’aromi.
Non saria stata grata questa Hostia se non fusse stata posta sul fuoco”(p.128).

 

NOTE

18) Vittorio Pascucci, Lettere di un Fondatore, Ed. S.Marco-Lucca, Lucca, 2007. Al fine di non appesantire il testo, invito a rifarsi a questo volume per le tutte citazioni. Esse avranno come riferimento bibliografico la data della lettera in questione.
19) S.Giovanni Leonardi, Sermoni cit., p. 28. Per analogia a quanto scritto nella nota 18, in questo caso il riferimento avviene in rapporto al presente volume. La rispettiva pagina verrà indicata nel testo stesso, subito dopo il riporto della citazione.
20) Vittorio Pascucci, L’allusivo iconografico in S.Maria Corteorlandini, Ed. S.Marco-Lucca, Lucca, 1996, pp.98-109.

 

NOTE
unificate

1) AA.VV., San Giovanni Leonardi, Patrono dei Farmacisti, a cura della UCFI, 2006, p.3.
2) Giuseppe Bonafede, Vita del P.Gio[vanni] Leon[ar]di, Manoscritto conservato in ASMCO, I, 15, carta 37. Cesare Franciotti, Cronache della Congregazione dei Chierici della Madre di Dio, a cura di Vittorio Pascucci, Ed. S.Marco-Lucca, Lucca 2008, p.201, fornisce anche l’anno: “Fu esso (mentre era ancor giovane d’anni 17 incirca) dal padre mandato a Lucca l’anno 1561”. Questo lascerebbe pensare al 1543-1544 quale data di nascita del Santo. Ma sappiamo come il  Franciotti sia piuttosto elastico circa simili dettagli. Si pensi alle perplessità espresse persino quando riferisce i dati cronologici relativi alla morte di suo fratello, il padre Giulio: Op.cit., p. 219.
3) AA.VV., La via Francigena nel GAL degli Etruschi- Guida breve del territorio, Viterbo 2008, p. 7.
4) Augusto Mancini, Storia di Lucca, Maria Pacini Fazzi Editore, Lucca 1981, p. 1.
5) Renato Stopani, Guida ai  percorsi della via Francigena in Toscana, Ed. Le Lettere, Firenze, IV Ristampa, 2003, pp. 100-101.
6) I dati relativi a questo sacerdote sono rilevabili nella Archivio parrocchiale: “Martilogio et campia delle terre et beni della pieve di S. M. Assunta – Nota dei Signori pievani di Villa Basilica – N.7: Giuliano Carli dal 1543 al 1575”.
7) Giuseppe Bonafede, Vita del P.Gio[vanni] cit., cc. 37-38. Antonio Parigi risulta in un elenco ufficiale stilato dall’ Offizio sopra  gli Speziali, n. 1 (1563-1673), Archivio di Stato di Lucca, Deliberazioni, Prima parte, A d’ primo Gennaro 1564, Nota di quelli che al presente essercitano l’Arte dello Spetiale in la Città, carta 11 r.
8)  R.Ciasca, Memorie e documenti per servire alla istoria della città e stato di Lucca, Lucca, Bertini, 1814.
9)  Salvatore Bongi, Inventario Archivio di Stato in Lucca, Strumenti per la ricerca, Vol. V, Parte Prima, Istituto Storico Lucchese, Lucca, 1999, Copia anastatica, pp. 219-220.
10) Antonio Esposito Vitolo, Gli “Ordini sopra gli speziali” della città di Lucca del 1589 e del 1732, Pisa, Arti Grafiche Pacini Mariotti, 1947.
11) Renato Stopani, Guida ai  percorsi cit., p.100.
12)  Cfr. Gilberto Bedini – Giovanni Fanelli, Lucca iconografia della città,Centro Studi sull’Arte, S.Marco-Lucca, 1988, vol. II.
13) Per la prima vedi: F.D. Nardi, Matteo Guerra e la Congregazione dei Sacri Chiodi(secc.XVI-XVII) - Aspetti della religiosità senese nell’età della Controriforma, in Bullettino senese di storia patria, XCI, (1984), pp. 12-148; cfr. anche Vittorio Pascucci, Testimoni profetici della riforma cattolica, Ed. S.Marco-Lucca, Lucca, 2007. Per i secondi vedi:  Isabella Gagliardi, “Li trofei della Croce” L’esperienza gesuata e la società lucchese tra Medioevo e Età Moderna,Firenze, 2007; cfr. Anche: S.Giovanni Leonardi, Sermoni, a cura di Vittorio Pascucci,, Ed. S.Marco-Lucca, Lucca, 2003, p. 30.   
14) Cesare Franciotti, Cronache cit., p. 200.
15) Ivi, p. 202.
16) Luigi Gedda, S. Giovanni Leonardi - Dal Concilio di Trento al Vaticano II, Tipografia Poliglotta Vaticana, Roma,1963, pp. 7-8.
17) Cesare Franciotti, Cronache cit., p. 204.
18) Vittorio Pascucci, Lettere di un Fondatore, Ed. S.Marco-Lucca, Lucca, 2007. Al fine di non appesantire il testo, invito a rifarsi a questo volume per le tutte citazioni. Esse avranno come riferimento bibliografico la data della lettera in questione.
19) S.Giovanni Leonardi, Sermoni cit., p. 28. Per analogia a quanto scritto nella nota 18, in questo caso il riferimento avviene in rapporto al presente volume. La rispettiva pagina verrà indicata nel testo stesso, subito dopo il riporto della citazione.
20) Vittorio Pascucci, L’allusivo iconografico in S.Maria Corteorlandini, Ed. S.Marco-Lucca, Lucca, 1996, pp.98-109.




tdsl10 1La chiesa di Santa Maria del Carmine a Vasto rappresenta uno degli esempi più significativi di Barocco abruzzese dal momento che, costruita ex-novo a sostituzione della più antica S. Nicola degli Schiavoni, riflette nell'articolazione dello spazio interno, nella sua decorazione e anche in facciata un'unità progettuale che in altri edifici "ammodernati" non è possibile rintracciare. La nuova edificazione è resa possibile anche per la disponibilità finanziaria assicurata dalla munificenza dell'Università vastese, dei marchesi Diego e Cesare Michelangelo e della duchessa Gravina Felice Maria Orsini, oltre che dei Padri Lucchesi (o Chierici regolari della Madre di Dio) sotto la cui pertinenza ricade e la chiesa e l'annesso convento. L'edificio conventuale è il primo ad essere completamente ricostruito dai Chierici a partire dal 1719 con lavori che si protraggono per quasi un cinquantennio; di seguito, con la demolizione di S. Nicola del 1758, si procede alla realizzazione della nuova chiesa.

tdsl10 2Il progetto di S. Maria del Carmine si è per lungo tempo attribuito a Luigi Vanvitelli, ma una nuova e ricca documentazione assegna definitivamente all'architetto napoletano Mario Gioffredo la paternità dell'opera. Egli adotta in pianta lo schema a croce greca, disegnando una leggera asimmetria fra le dimensioni dei bracci: il vano del presbiterio è prolungato da un breve coro rettangolare, il braccio d'ingresso è ulteriormente dilatato da due cappelle aperte ai lati. La copertura degli ambienti è a volte mentre nell'aula centrale è realizzata una cupola senza tamburo, né finestre o lanterna, ornata da un motivo a cassettoni. Fasci di paraste e colonne appena incassate negli spigoli qualificano sapientemente lo spazio architettonico, la cui decorazione è ideata ancora dal Gioffredo e realizzata tra il 1762 e il 1765 da Michele Saccione e da Lauriano Carbone.

Interessante è il documento che riporta i termini del contratto di appalto, nel quale la chiesa è descritta priva di coperture, per cui i decoratori oltre a impegnarsi alla realizzazione degli stucchi devono anche "terminare tutti li Tetti" (Robotti, 1984). Completano l'arredo alcuni interessanti dipinti databili al XVIII secolo, la tela raffigurante la Presentazione di Maria eseguita dal pittore Crescenzo La Gamba per l'altare maggiore, una Madonna del Rosario ed una Crocifissione realizzate da pittori vastesi per gli altari minori. Sulla facciata in laterizio stacca la gradinata in travertino bianco (ricostruita nel 1904) che termina davanti al portale in pietra realizzato tra il 1759 e il 1761 dal lapicida molisano Giovanni Crisostomo Calvitto, su disegno del Gioffredo. L'architetto richiama nella decorazione del portale di Vasto i motivi che già aveva sperimentato per il portale laterale della chiesa del S. Spirito a Napoli. Ai lati salgono due paraste fino alla cornice modanata del timpano spezzato; al centro apre un'unica ampia finestra archivoltata e delimitata in basso da una balaustra.

La chiesa di S. Maria del Carmine a Vasto mostra una delle più felici soluzioni a croce greca osservabili nella nostra regione e, nonostante sia stata ricostruita alla metà del XX secolo sul modello originario a seguito dei danni subiti dal terremoto del 1915, restituisce ancora oggi la bellezza di uno spazio progettato con sapiente organicità.
Mercoledì 24 Agosto 2011 15:44

Una vita spesa tra "le case di Maria"

 



tdsl13“Vi ho offerti alla Regina degli Angeli ovunque voi andrete ella sarà vostro rifugio e protezione”. Con queste parole ci viene trasmessa dai primi biografi di San Giovanni Leonardi, una sorta di istantanea della fondazione dei Chierici Regolari della Madre di Dio avvenuta a Lucca nel piccolo Oratorio di Santa Maria della Rosa il 1 settembre 1574. Più tardi P. Ippolito Marracci, anche egli lucchese, scrittore mariano tra i figli più illustri del Santo di Diecimo, scriverà: “pose la Vergine Maria tra le fondamenta della sua istituzione”. E ancora additando in una sua lettera ai religiosi la spiritualità mariana del Leonardi, riferiva come la preghiera dell’Angelus era tra le preferite del Santo e che la memoria dell’Incarnazione sovente accarezzava la mente ed il cuore. Tra le giaculatorie che il Leonardi amava ripetere vi era quella che, alludendo alle parole del Cantico dei Cantici (1,3), affermava il desiderio profondo della sequela di Cristo partendo dal discepolato di Maria: “Attirami a te o Madre Santa”.

Si può dire da questi brevi tratti, che la Vergine Maria fu la vera dimora del Leonardi, il luogo dove egli sperimentò l’indissolubile primato di Cristo nella sua esistenza e l’appassionato amore alla Chiesa immacolata e ferita. Se egli amava ripetere ai suoi religiosi, “abbiate Cristo avanti agli occhi della vostra mente e con lui misurate le cose” era alla “scuola” della Madre di Dio che egli aveva appreso a meditare tutte queste cose nella profondità del cuore (Lc 2,51). La sua fu una vita spesa “tra le Case di Maria”. Se da una parte il Leonardi pose la sua dimora in colei che aveva offerto nel grembo immacolato una tenda all’Altissimo, l’esistenza del nostro Santo non solo fu tracciato dalla presenza di Maria, ma egli come l’Apostolo Giovanni la prese tra le sue realtà più care (Cf. Gv 19,27).

Fin dalla giovinezza nel piccolo borgo di Diecimo e nella vicina frazione di Villa Basilica nel silenzio delle antiche pievi dedicate all’Assunta, elesse Maria quale custode della sua castità e la volle come sua celeste Patrona e più tardi dell’Ordine. Da giovane prete percepì che le istituzioni alle quali lo Spirito dava corpo, erano riflesso di quel si incondizionato che Maria pronunziò per la salvezza dell’umanità. In effetti, la prima regola che egli indicò ai primi compagni fu l’obbedienza, la capacità di porre mente e cuore alla volontà di Dio servendolo in modo radicale. Quasi a voler confermare questo suo desiderio di prendere dimora presso la Vergine e di costruirgli una casa in mezzo agli uomini, si fece pellegrino insieme ai primi compagni presso il Santuario di Loreto custode delle povere mura nelle quali dimorò il Verbo fatto carne. La spiritualità lauretana ed il pellegrinaggio, segnarono la devozione dei primi padri che, non solo produssero una abbondante letteratura mariana (vedi il pellegrinaggio a Loreto del Venerabile Cesare Franciotti), ma nella Chiesa di Santa Maria Corteorlandini, Casa Madre dell’Ordine a Lucca, nel XVII secolo i religiosi leonardini vollero viva questa memoria spirituale del Fondatore con una riproduzione della dimora lauretana. Il tempo dell’esilio del Santo occupa una grande parentesi della sua esistenza. Questo è il tempo della fedeltà vissuta.

Nella “spiritualità dello sguardo” che il Leonardi trasmette in alcune omelie giovanili, possiamo individuare i tratti del suo travaglio intimo: “A te i miei occhi conquistati da te”. Se l’iconografia (ma anche il ricordo dei primi compagni) ci consegna una immagine del Santo con gli occhi bassi e profondamente riservato; nei suoi scritti, la teologia dell’occhio spirituale, si può dire che trasmette un'altra iconografia, quella della osservazione interiore capace di leggere gli accadimenti, anche quelli dolorosi, con una visione superiore delle cose. E’ nel “patto degli occhi” con il Figlio della Vergine, il Crocifisso-Risorto che il Santo ora può guardare la Chiesa bella e ferita. Una Chiesa da riformare nel capo e nelle membra. Una Chiesa da rifare guardando a Maria colei che “Stava più vicina alla Croce perché era anco più vicina a’suoi dolori; anzi era in Croce col Figlio perché l’anima è più dove ama che dove anima”. Questo amore crocifisso, animò i passi del Santo riformatore. Tra i suoi primi incarichi, portare la pace intorno alla memoria mariana dell’Arco a Sant’Anastasia (Napoli). Nel nome di Maria non ci si può dividere.

Così la piccola edicola mariana più volte ferita dall’insensatezza degli uomini, diventa icona della Chiesa ferita, per la quale il Leonardi fu chiamato a spendere le sue fatiche apostoliche. Il farmacista-prete non fondò solo un santuario, costruì una dimora per quanti desiderano guarire nel profondo i mali del corpo e dello spirito. Instancabile il Santo ricevette dal Papa Clemente VIII il mandato di visitare un’altra Casa di Maria, il secolare santuario della Madonna di Montevergine ad Avellino. Intorno a questo luogo si era irradiato il dono della vita consacrata sotto la Regola di Benedetto. Ma quando i beni della terra attirano alla terra e allontanano il cuore dall’ascendere verso i beni celesti, la consacrazione religiosa perde il suo mordente. A Montevergine il Leonardi offrì una “nuova dimora” ai figli di Maria, i Virginiani, ad essi consegnò il primato del Vangelo di Gesù, invitandoli a spogliarsi di ciò che impedisce l’ascesa verso Cristo e a “risplendere come luci evangeliche poste su un alto monte”. Anche per i suoi figli il Leonardi volle una Casa di Maria a Roma. Il Papa gli affidò l’antico santuario mariano sulle rive del Tevere dedicato a “Maria porto della romana sicurezza”. Da quel Porto il Santo desiderò salpare per le nuove terre, ma questa fu l’ultima Casa di Maria che egli abitò. Le sue parole nella notte del beato transito di quattrocento anni fa furono ancora dedicate allo sguardo che si apre allo stupore: “Oh se tu sapessi!”. Non ci è dato sapere il contenuto della visione, il nostro sguardo contempla oggi nella fragilità delle reliquie, testimoni silenziosi della resurrezione futura, la santità di Giovanni Leonardi “affascinate uomo di Dio”, costruttore di vita evangelica.

P. Davide Carbonaro OMD



 

tdsl12bPer la data del 9 ottobre il martirologio romano riporta questa dicitura: “A Roma san Giovanni Leonardi  Confessore, Fondatore della Congregazione dei Chierici Regolari della Madre di Dio, illustre per le fatiche e per i miracoli. Per opera sua furono istituite le Missioni della Propagazione della Fede”. Il testo fu inserito per volere del papa Leone XIII nel martirologio dopo la beatificazione del Leonardi avvenuta nel 1861. Tale privilegio ci dicono le cronache del tempo, veniva concesso solo ai papi proclamati beati. Questo gesto di Leone XIII volle senz’altro significare il forte legame che il santo lucchese ebbe con la città di Roma e la sede di Pietro. “Illustre per le fatiche e per i miracoli”, un binomio che accompagna le biografie di tutti i santi, ma ha la caratteristica della singolarità perché i segni con i quali Dio glorifica i suoi Servi, manifestano la sua sorprendente creatività.

La parola miracolo spesso usata ed a volte abusata, richiama una verità della nostra fede che, al di là di forme fondamentaliste che vanno comunque scongiurate, sostiene l’irruzione del divino nell’umano. La Parola di Dio ci ricorda che l’incontro fra il divino e l’umano suscita sempre lo stupore e la meraviglia di quest’ultimo. La parola miracolo, nella sua accezione porta in sé l’immagine di qualcosa che irrompe nel visibile in modo straordinario. Tuttavia, ci viene ricordato dagli studiosi, che stupirsi e spaventarsi del sacro che si presenta nella sua forma tremenda e affascinante, non è miracolo. La storia conosce la corsa dell’uomo alla ricerca del fascinoso, dell’ignoto, del meraviglioso. Prima Gesù e poi Paolo hanno una certa reticenza nel mischiare l’annuncio evangelico con ciò che sa di miracoloso ed apparente, mettendo in guardia il loro uditorio (Cf.  Mt 12,39; 1 Cor 1,22). Nella mentalità attuale che spesso cede al razionale ed allo sperimentabile, con buona pace di certa filosofia moderna e post-moderna, i discepoli di Gesù osano annunziare, l’evento unico e sublime dell’incarnazione e della redenzione: “Dio si è fatto uomo e ha posto la sua dimora in mezzo a noi” (Cf. Gv 1,14). Questo consideriamo “il miracolo” che da senso, a tutti gli eventi, anche quelli odierni, dove per certi versi, i confini tra il cielo e la terra s’incontrano e ciò che è invisibile si fa visibile, toccabile sperimentabile. In effetti, possiamo affermare che nell’uomo è presente una “profondità”, il suo cuore dice la sapienza biblica si misura con la profondità dell’abisso, solo Dio lo può conoscere (Cf. Sal 64,7; Sir 42,18; Gn 2,4). Tale profondità dell’esistenza, accompagna e nello stesso tempo supera l’uomo. Per questo, egli è chiamato ad accogliere nella sua esistenza quei fatti  inspiegabili che Dio dispone liberamente per la sua vita e salvezza.  Da sempre la Chiesa per additare alla venerazione un Servo di Dio ha dei criteri ben noti, il fatto che la sua memoria non si è mai spenta dalla mente e dal cuore dei fedeli: “la fama di santità” e che il luogo dove riposano le sue reliquie manifesti le meraviglie di Dio per l’intercessione del suo Servo: “i miracoli”.  Nell’Archivio della Postulazione dell’Ordine della Madre di Dio sono conservate le testimonianze di alcuni segni prodigiosi avvenuti per intercessione di San Giovanni Leonardi alcuni di essi sono stati approvati dalla competente autorità ecclesiastica per i processi di beatificazione e canonizzazione.

Il primo miracolo approvato per intercessione del Servo di Dio Giovanni Leonardi, come consta dai processi, fu quello ricevuto da Francesco Maria Febei nobile orvietano residente a Roma nel 1712. Affetto da una gravissima cancrena alla gamba destra che lo avrebbe portato in pochi giorni alla morte. Oppresso da questo pensiero e dai forti dolori, ordinò ad uno dei suoi domestici di portargli un libro dalla biblioteca e la sorte cadde su una biografia di Padre Giovanni Leonardi da Lucca. Il Febei attratto dalla santa figura del Servo di Dio e dalle sue illuminanti virtù, pose sulla parte malata l’immagine che apriva le pagine della biografia. Immediatamente constatò un miglioramento e volle recarsi presso la tomba del Servo di Dio nella Chiesa di Campitelli. Liberato il piede dalla fasce si trovò completamente sanato dalla maligna cancrena.

L’altro miracolo avvenne nel 1821 ed ebbe come referente una domestica di nome Angela Aloisi. Dal 1810 la donna cominciò a soffrire di forti dolori sotto la mammella sinistra. L’inferma attribuiva i gravi affanni, ai patimenti subiti presso una famiglia che aveva servito anni addietro.  Nello scorrere del tempo l’edema ed il gonfiore che le provocava crisi di dolore e spossatezza, cominciava a coinvolgere tutto il ventre, tanto che i medici le consigliarono di ricevere i sacramenti per l’impossibilità della guarigione. Il parroco di Campitelli nel cui territorio la donna abitava insieme al viatico recò una immagine con la reliquia del Servo di Dio, e la invitò a compiere un settenario di preghiere. Nel medesimo giorno cominciò a percepire uno stato di benessere. Si alzò da letto e si accinse a fare i servizi di casa. Sentito suonare il campanello corse alla porta, era il medico che meravigliato di vederla in piedi affermò che: “solo un miracolo poteva produrre tale effetto!”. Recuperata la sanità ed il vigore, la mattina seguente si recò nella Chiesa di Santa Maria in Campitelli per rendere grazie al Signore che l’aveva liberata per intercessione del Venerabile Giovanni Leonardi. L’8 marzo del 1861 la Congregazione delle Cause dei Santi, tenne l’ultima sessione di approvazione dei miracoli ed il Decreto fu pubblicato il 27 maggio nella chiesa della Vallicella davanti alle spoglie di San Filippo Neri che era stato amico, difensore e padre spirituale del Servo di Dio.  Il Papa Pio IX beatificò Giovanni Leonardi l’11 novembre 1861.

La causa venne ripresa nel 1934 dal P. Gioacchino Maria Corrado che fu per molto tempo  Postulatore e da Donna Maria Luisa Kuefstein nobile Oblata di Tor de Specchi che, graziata dal Santo desiderò vederne la glorificazione e per devozione fece confezionare il ciborio che si custodisce presso il suo altare. Per la canonizzazione del Leonardi erano necessari altri due miracoli. Il primo avvenne sul sacerdote Gennaro Nappi nel maggio del 1832 affetto da un’ulcera varicosa che andava conducendo in cancrena la gamba sinistra. Riportiamo la testimonianza del medico che ricorda l’evento con queste parole: “Una sera si decise ad applicare alla gamba ammalata la figura del Beato; al mattino seguente si vide completamente guarito e chiamatomi nel suo domicilio potetti constatare che la lesione era cicatrizzata”.

L’altra guarigione che ebbe le stesse caratteristiche di immediatezza è da riferirsi  al piccolo Vittorio Lamberti di Napoli (nella foto) sofferente di “osteomielite flemmonosa del femore sinistro” fin dal terzo anno di età. Nel febbraio del 1926  le condizioni si complicarono con infezioni di setticemia e febbri altissime che conducevano il piccolo in stato comatoso. Sgomento per quella situazione il medico di famiglia il Prof. Vitali, chiese aiuto al Prof. De Gaetano primario presso l’università di Napoli, era la sera del 9 febbraio, il giudizio sulla gravità del male era letale. Mentre avvenivano questi fatti, la zia di Vittorio, Ernestina de Cicco, corse all’Altare del Beato Leonardi nella Chiesa di Santa Maria in Portico a Chiaia. Queste furono le sue parole dettate dal dolore e dalla fede: “O beato Giovanni Leonardi mi dovete fare questa grazia che vi chiedo con tutto il cuore e la forza della devozione che vi porto. Se questo bambino deve come conseguenza del male rimanere un infelice, prendetevelo; altrimenti guaritelo completamente e ridonate la pace ai suoi genitori”. La stessa sera del 9 febbraio 1926 alle ore 18,00 dopo il consulto medico si verificò un improvviso e rapidissimo miglioramento, cessò la febbre e il giorno seguente i medici pieni di stupore lo dichiararono guarito. Il Leonardi fu ascritto nell’Albo dei Santi nel giorno di Pasqua del 1938 dal Papa Pio XI.

P. Davide Carbonaro
Postulatore




161210Innegabili radici ambientali
Nell’Archivio Generale dell’Ordine dei Chierici Regolari della Madre di Dio è conservata un’ampia raccolta di omelie del Santo Fondatore. Gli scritti sono asserbati dentro una elegante custodia in cartapecora sul cui dorso compare stampigliato il titolo: SERMONI. In quella silloge è presente un dialogo, di cui purtroppo mancano le prime carte, nel quale Giovanni Leonardi espone la dottrina cattolica riguardante gli Angeli sotto forma di un breve compendio dotato di notevole capacità divulgativa.
Volendo perlustrare le lontane premesse dei futuri orientamenti dottrinali di una qualsiasi anima, non si deve prescindere dal prendere in esame anche certe motivazioni che, in apparenza, sembrerebbero solo di tipo emozionale-affettivo. Difatti, la loro riconosciuta incidenza nella concretezza del quotidiano vissuto, spesso diviene determinante cifra per definire dei singolari approdi rintracciabili solo attraverso valenze espresse, appunto, da oggettive realtà esistenziali.
Partendo allora da queste ovvie considerazioni, va ben al di là di un banale interesse, quasi di genere turistico, constatare come -nella città di Lucca e in un’area assai vicina alla zona nella quale il Santo attua la propria maturazione ascetica e dove finirà per fissare la stabile dimora della sua famiglia religiosa- persistano ancora oggi notevoli retaggi di ben definite memorie.
Queste sono in grado di rivelare possibili e non casuali radici alla base del culto degli Angeli che perciò ritroviamo ben presente tra le varie e differenziate note carismatiche dell’articolata spiritualità del Leonardi.
Difatti, siamo al cospetto di una suggestiva toponomastica particolarmente atta a sollecitare esplicite quanto nitide allusioni che vanno in direzione di un definito e preciso contesto culturale.

Tra storia e leggenda
La centralissima chiesa, contraddistinta dal suo purissimo stile romanico pisano-lucchese ed eretta nell’area dove una volta era ubicato il foro dell’antica città romana, è dedicata all’Arcangelo San Michele. Non a caso poi, sulla medesima piazza, viene ad affacciarsi un noto ristorante il cui nome non lascia dubbi: Locanda dell’Angelo. Parallela al tracciato dello storico “decumano”  -come dire al fondamentale asse viario della originaria urbanistica tipicamente castrense, quale era stata Lucca a suo tempo dove Cesare, Pompeo e Crasso si erano ritrovati per il secondo triumvirato-  scorre la Via dell’Angelo Custode. Mentre a metà circa della stessa, si ammira l’Oratorio degli Angeli Custodi. Vero è che questo ultimo fu edificato solo nel 1638, quando cioè il nostro Santo era salito al cielo ormai da una trentina di anni; ma è altrettanto certo che si trattò, in sostanza, della riedizione estremamente raffinata di un edificio sacro peraltro già fondato nel 1579 e dedicato a Santa Maria degli Angeli o dell’Angelo). Giova poi ricordare come presso Porta San Pietro, uno degli ingressi delle Mura  cinquecentesche che sono tra le attrattive più significative di questa città con i suoi 4,3 chilometri di percorso assolutamente intatto, ci fosse -fin dal lontano 1220- la Chiesa e Monastero degli Angeli. Una ulteriore attestazione toponomastica viene rappresentata dalla Via degli Angeli oggi perpendicolare a Palazzo Lucchesini, sede del Liceo Classico Nicolò Machiavelli, e quindi a poco più di un centinaio di metri dalla chiesa di Santa Maria Corteorlandini dove, cioè, risiedeva il Leonardi con la comunità religiosa da lui fondata. Il nome di quella strada deriva dal modesto ospedale e dal cimitero una volta presenti in quella zona con annesso un piccolo oratorio dedicato, appunto, agli Angeli precisamente a seguito della tradizionale devozione verso questi spiriti eletti pronti ad accompagnare le anime dei trapassati, come devotamente recita la liturgia dei defunti.
Naturalmente, per il successivo evolversi urbanistico, buona parte di queste realtà -oggi ormai assai remote anche nella comune memoria- sono del tutto scomparse. Ma, ciononostante, ne è rimasto il persistente ricordo trasmessoci, appunto, grazie alla specifica targa che tuttora indica quella via.
Infine va rammentato che la vicina basilica di San Frediano, oltre agli ingressi della facciata, dispone anche di un accesso laterale che viene chiamato: “porta dell’Angelo”. Ebbene, la ragione di questo ultimo dettagliato vestigio, che ancora una volta evoca una chiara presenza, risiede nella sorprendente e, per certi versi, fabulosa vicenda attestata, però, da precise testimonianze firmate. Infatti nei pressi riposa il corpo ancora incontaminato della vergine lucchese S.Zita (1218-1278), patrona delle domestiche e dei fiori tanto che, in suo onore, ogni anno il 27 aprile, giorno della sua memoria liturgica, in città si celebra la vivace e pittoresca sagra dei fiori. Le antiche cronache raccontano che nella vigilia di Natale dell’ultimo anno di vita della santa, allorché Zita si accingeva a recarsi in San Frediano per la solenne celebrazione liturgica, il padrone presso il quale prestava servizio -il signor Fatinelli- la ricoprì di un ricco mantello bordato di pelliccia per difenderla da quell’inverno particolarmente pungente. Essa però ritenne di farne dono a un poveretto che, su quella porta della chiesa, sembrava morire dal freddo. Tuttavia, una volta tornata al nobile palazzo dove appunto prestava servizio quale domestica, fu ricoperta di invettive dal Fatinelli andato su tutte le furie. Ma, mentre essa tentava vanamente di scusarsi, ricomparve quella strana figura di povero che, restituito il mantello, sparì subito agli occhi dei presenti tra un abbagliante fulgore di luce. Tutti quanti allora, sbigottiti e ammirati, non esitarono a riconoscere, in quelle singolari sembianze, gli inconfondibili tratti di una figura angelica.
Dunque, in estrema sintesi: ben prima rispetto alla data del 1568, cioè l’anno in cui il giovane farmacista Giovanni Leonardi avrebbe lasciato la bottega dello speziale, secondo quella che era la ricorrente dizione di allora, al fine di prepararsi adeguatamente per accedere al sacerdozio, come di fatto poi sarebbe accaduto nel 1571, era avvenuto nel suo animo, per spontanea e naturale induzione, un intenso travaso di sane tradizioni e di secolari costumi che -di fatto-  rimandavano a una ricchezza di popolare e devota spiritualità.
Secondo quanto è tuttora possibile constatare attraverso molteplici attestazioni radicate fin dal lontano alto medioevo, l’ambiente solitamente assai religioso della Repubblica aveva offerto perciò, con generosa larghezza, al neo presbitero un patrimonio culturale di notevole spessore capace di sollecitarlo verso una rispettosa venerazione degli Angeli, sia pure tramite il personale filtro di proprie e convinte coordinate intellettuali coltivate attraverso gli studi biblici e i molteplici commenti acquisiti dall’appassionata lettura della patristica.

Una catechesi senza orpelli
Venendo alla diretta osservazione del manoscritto, l’impatto che incuriosisce in prima istanza verte intorno al suo abito più appariscente ed esteriore. In questo senso il dialogo proposto dal Santo Fondatore si presenta in una veste espositiva piuttosto scolasticistica, vale a dire che lo sviluppo tematico avviene grazie a strutture comunicative articolate attraverso essenziali quesiti cui seguono risposte altrettanto scheletriche. Il tutto risulta formalmente predisposto sulla scorta di una ben acquisita falsariga. L’elaborazione appare perciò in perfetta linea con i moduli dei vari catechismi che si andavano sempre più diffondendo.
Il documento si manifesta speculare riflesso dell’impegno da tempo oggetto di promozione, all’interno del corpo ecclesiale, da parte delle anime più avvertite ormai ben consapevoli della necessità di una catechesi che rendesse percepibile l’annuncio rivelato tramite agevoli operazioni di sintesi. Cioè, c’era bisogno di facili strumenti che mediassero l’approccio al sacro soprattutto in funzione delle persone culturalmente più indifese di fronte alle devianze dottrinali.
Si trattava dunque di una pedagogia verso la quale già due secoli prima si era espresso, e con notevole intuito, il cancelliere dell’Università di Parigi Giovanni Gerson (1363-1429) redigendo il suo: De parvulis ad Christum trahendis.
Grande senso pastorale aveva manifestato Sant’Antonino a Firenze(1389-1459) nel comporre il Libreto de la doctrina christiana la quale è utile et molto necessaria per li pizoli et zovenzelli. L’impara per saper amare et honorare Idio benedetto et schivare le temptationi et peccati.
La bolla De reformatione curiae del concilio Lateranense V espresse la necessità di rinnovamento e puntualizzò il richiamo affinché si curassero le più fondamentali nozioni religiose come il credo, gli inni sacri, i salmi, ecc.  
Nel 1528 Lutero emise un testo adatto ai fanciulli e l’anno seguente pubblicò il Der grosse Katechismus come agile guida per i parroci. Calvino stampò altri due catechismi: uno nel 1536 col titolo Le formulaire d’instruire les enfants en la chretienté e poi quello cosiddetto “di Ginevra”. Da ricordare poi è il Catechismo, ovvero simbolo apostolico di Pietro Martire Vermigli il quale aveva esposto le sue dottrine di dissenso religioso anche a Lucca in S.Frediano proprio negli anni (1540-1541) della nascita del Leonardi.
In campo cattolico, ci furono i manuali di Witzel (1535), del Castellino (1537), dell’oratoriano Crispoldi (1539), del Contarini (1542), del Canisio (1554) e di Domenico Soto (1563). Ma quello che dette una decisiva svolta in proposito fu il testo conciliare del 1566: Catechismus ex decreto Concilii Tridentini ad parochos Pii V Pont. Max. jussu editus.
Da quel documento fiorirono molteplici prontuari finalizzati ad una capillare catechesi. Tra gli stessi, rilevante collocazione meritò quello approntato dal nostro Santo nel 1574 con una precisa finalità pastorale: Doctrina christiana da insegnarsi dalli curati nelle loro parrocchie a’ fanciulli della città di Lucca e sua Diocesi. Lo scritto si colloca, dunque, tra i vari modi di fronteggiare una necessità di vasto respiro ecclesiale qui solo parzialmente tratteggiata.

La conoscenza angelica
Secondo una precisa chiave di lettura, per Giovanni Leonardi ogni tipo di conoscenza va sempre decodificata attraverso puntuali criteri teologici. Ossia qualsiasi pura e semplice gnoseologia non può inverarsi se non in rapporto ad una qualificante acquisizione spirituale. Per cui, solo in quanto accessibile esempio, l’umano apprendimento viene da lui assunto per riflettere sulle modalità di una conoscenza così singolare come è quella degli Angeli.
Da questo punto di vista, il manoscritto affronta il tema dell’apprendere angelico come speculare riflesso della infinita luce di Dio. Per cui alla domanda: ”Intendeno l’Angeli come noi?” e proprio riferendosi al procedimento abituale del nostro modo di acquisizione del reale, la risposta è duplice.  
Essi non avvertono davvero il mortificante limite umano: “Non; perché noi pigliamo la cognitione da queste cose quaggiù materiali”, evocando così la nota sintesi lapidaria del tomismo circa una percezione realizzata lungo i gradini di una faticosa ascesa:“Per sensibilia ad intelligibilia”.
Quindi, prima di tutto l’autore nega con fermezza che avvenga per gli Angeli un simile passaggio. In seguito tiene a chiosare subito la loro unica e irripetibile specificità realizzata grazie a una dinamica esclusivamente“visiva”. Difatti, è proprio questa che costituisce la base della conoscenza angelica. Essa viene a qualificarsi come del tutto originale perché correlata, appunto, alla visione beatifica già in atto e realizzata solo in virtù di un imperscrutabile disegno provvidenziale: “Ma l’Angelo non così. Poiché da Dio nella creatione loro li furno infuse le specie et similitudini di tutte le cose naturali”.
In altri termini, nell’uomo avvengono molteplici passaggi attuati con modalità ascensionali, nel senso che egli cresce per successive gradazioni fino allo sforzo massimo di pervenire ad attingere finalmente il limite del trascendente.
Per gli Angeli, viceversa, il sapere deriva dalla diretta e immediata “lettura” del volto di Dio infusa, in ognuno di essi, nel momento stesso della loro chiamata all’esistenza. Quindi, grazie a questo singolarissimo e incommensurabile dono creativo, per essi il conoscere è già in qualche modo immissione, sia pure solo partecipativa, dentro l’enigma del divino.

La suggestiva bellezza degli Angeli
Infine il dialogo si avvia alla conclusione ponendo particolarmente in luce come una delle note più caratterizzanti che, nella comune sensibilità popolare, viene associata alle figure angeliche sia la incantevole bellezza, quasi come fosse sicuro ed inconfondibile contrassegno di riconosciuta appartenenza.
Cioè il lettore viene indotto a rilevare quanto talvolta -proprio in relazione ad un  percorso di revisione interiore- l’ammaliante fascino degli Angeli possa rivelarsi  così determinante al punto da catturare le anime in virtù di quel singolare e seducente riflesso della divina perfezione. Giovanni Leonardi avverte, quindi, quella incantevole ed armonica presenza angelica quale impercettibile, ma esaltante intuizione di una tale contiguità alla infinita ed assoluta bellezza di Dio che davvero suggestiona e genera nell’animo stupefatta meraviglia.
Ulteriore conferma di un simile convincimento è facilmente desumibile anche da suo “sermone” che potremmo definire quasi concettualmente parallelo al presente passaggio del dialogo che ho appena finito di commentare.
L’omelia -intitolata, neanche a dirlo, De divina pulchritudine- vede segnato il suo abbrivio da un incipit decisamente assiomatico: “Dio è somma beltà…della quale volendo parlare, è come volere votare tutto il mare a goccia a goccia”.
Il brulicante e variegato senso del bello rinvenibile nel creato si dipana, poi, tra  numerose ed armoniche forme con un ruolo di spicco riservato alle figure angeliche rimirate nei loro affascinanti e suggestivi profili. A quel punto l’autore sembra avvertire come una irresistibile ed estatica cattura ancorché sollecitata da indicibile, quasi fisico, diletto e da intimo appagante gaudio.
“La bellezza delli Angioli tutta serà in Dio quale è tanta che non si puol dire.
“Che, se tanta è quella di un’anima, che serà di un Angelo ? “Che se un Angelo solo vidde San Giovanni, ancor’ che fusse quel gran intelletto, così fu bastante di farlo buttare a terra per adorarlo; dal qual fu ripreso dicendoli: <<Noli facere, quia conservus tuus>>[Cfr. Ap. 19,10]. Cosa che serà poi la bellezza di quello ? E che mai e che serà poi di tanti miglioni di miglioni ? E questa poi se tutta fosse unita in una essentia sole, che saria ?
“O Dio, o quor mio, o anima mia! Divengo muto! Perdo il senso! Non so che dirmi, rimango attonito!”
Dalla sdrucita carta di Archivio, attraverso quelle poche e incantate espressioni del Santo, così intensamente cariche di indicibile e gratificata sorpresa, traspare chiarissimo e si consegna alla nostra meditata riflessione un messaggio di piena gratitudine a Colui che, essendo la stessa bellezza infinita, ha voluto elargirne proprio in quelle celestiali creature, e con tanta generosa abbondanza, i tratti più ammalianti e suggestivi.

Vittorio Pascucci OMD

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