OMDEI

OMDEI

ArulSantiago del Cile. La scorsa domenica, 18 dicembre, il Chierico Arulraj Christu Nayagam OMD a fatto la sua professione perpetua nel nostro istituto nelle mani del nostro Padre Delegato, Alejandro Abarca OMD. Nella Eucaristia, celebrata nella parrocchia San Lazaro, il nostro fratello e stato accompagnato da tutti i membri delle comunità religiose e parrocchiali dell’Ordine in Cile, anche degli amici, laici, religiosi e religiose più vicini. Durante la liturgia, sono state molto emozionanti le parole rivolte al neoprofesso da parte del Padre Delegato, che hanno sottolineato come lui “non si trova da solo”-facendo ricordo del dono della vocazione, della sua famiglia e della sua terra- “…ma, che qui ha una gran famiglia che lo accompagna e gli vuol bene”. Poi nel ringraziamento Arul, ha fatto notare la gioia dell’ azione di Dio nella sua vita e anche nell’itinerario percorso fin ad ora in Cile.  Arul, trascorrerà un tempo in India, per visitare la sua famiglia e i fratelli delle comunità dell’Ordine. A lui i nostri auguri e le nostre preghiere.

21 dicembre 2011
Mandir-della-paceLa fondazione “Il Mandir della Pace”, rete internazionale di volontariato culturale, sociale e umanitario,  ha promosso venerdì 16 dicembre ore 17,30-21,00 nella Sala Baldini “Tante voci, un solo cuore” una rassegna di canti per un Natale multietnico come ponte d’amore tra Oriente e Occidente in Roma. Ospiti di onore On. Gilberto Casciani, Presidente Commissione Affari Comunitari della Rgione Lazio; Solvi Stubing, Fioretta Mari, Alma Manera ha condotto Paola Zanoni. www.shantimandir.org

17 dicembre 2011
Sabato 17 Dicembre 2011 14:08

Dio ha una casa

173L’ingenua presunzione del re Davide, di cui la Scrittura con superba libertà conserva dentro di sé il dettagliato documento, mette in mostra tutta l’improntitudine a cui può arrivare un uomo appagato, giunto al culmine dei propri progetti, avvolto dalla consolante agiatezza di una vita importante. Essa prende forma attraverso un’ambizione  che va a toccare i limiti stessi di quella trascendenza grazie a la quale il Dio dell’alleanza cerca di proteggere l’infantile invadenza umana . Davide immaginando di barattare con la devozione il senso di colpa della sua esistenza agiata, formula la pretesa di mettere su casa a Dio, avvolgendo la presunzione nell’involucro di pretesti fatui e pelosi. Nell’ambizioso progetto di costruire una casa a Dio, per equiparare la felice condizione di un re che abita “in una casa di cedro”, sta innanzitutto tutta l’ambiguità di una devozione  che pretende di determinare le condizioni del divino ad immagine e somiglianza dell’umano. Poiché il re vive in una casa, anche Dio deve averne una. Ma l’ambizioso progetto tradisce  anche il potere con cui l’uomo devoto pensa di poter definire i confini entro i quali Dio può stare dentro la storia umana. Ogni volta che è successo, la religione si è affrettata a diventare uno strumento di preservazione  di interessi molto umani. Naturalmente attraverso la voce  del profeta, l’Altissimo stesso ironizza su questa boriosità regale travestita da filiale sentimento religioso. Dio ride dell’uomo che si prende troppo sul serio che dimentica la grazia invisibile che ha costruito la sua fortuna, che trasforma una fortuna avuta in dono nell’arroganza paternalistica dell’uomo che si è fatto da sé. La voce di Dio annuncia che sarà ancora una volta l’iniziativa divina a garantire una casa alla boriosa vicenda umana di questo piccolo re terreno. La promessa di una casa risuona come l’offerta di un destino, sulla linea di una discendenza  lungo l’asse di una promessa antica secondo la quale, nella catena delle generazioni, l’Altissimo resta implicato fino a legare a sé il sangue dell’uomo. La casa di Davide, quella che il Dio del’alleanza si premura di costruire, disegna un progetto che attraversa le generazioni, fino ad incontrare l’assenso scandaloso di una ragazza nubile, a cui Dio si rivolge con la libertà  con cui ci si rivolge ad un uomo. Un Dio femminista che toglie di mezzo i maschi di casa, si rivolge direttamente ad una giovane femmina, mettendola in croce di fronte alle ferree convenzioni della sua tradizione, cercandone trepidamente l’assenso per un progetto che l’antico e potente re nemmeno sarebbe stato in grado di immaginare. Solo la sovranità divina può essere così umile da stare con il fiato sospeso di fronte alle labbra di una ragazza. Ma solo grazie a questa divina audacia la promessa rinnovata davanti alla presunzione di Davide ha trovato il suo definitivo compimento. Dio ha una casa. Ma la casa di Dio in mezzo agli uomini è la carne umana del Figlio (Giuliano Zanchi)

la-cantoriaIl Festival di musica Rinascimentale Barocca “La Cantoria” ha voluto domenica 11 dicembre commemorare il centenario della nascita dell’Architetto Carlo Rainaldi. La serata ha visto un intreccio di parole e musica, nella Chiesa di Campitelli sistemata appositamente per il concerto svolto dalla Cantoria centrale sulla controfacciata. Il festival ideato dal Maestro di Cappella Vincenzo Di Betta che ha diretto i Vespri di de Victoria ed il Vespro della Beata Vergine di Monteverdi. Le partiture sono state eseguite dall’Ensamble Campitelli, dal Coro da Camera Italiano e dall’Ensamble Bernini. Un canto sublime e armonico che è nato in questi spazi per la vita liturgica e la celebrazione del Mistero. In effetti, il festival ha questo obiettivo, consegnare una comunicazione musicale intreccio di suoni, emozioni e musica così come è stata percepita da coloro che l’anno ideata e prodotta. E’ un “cadere” della musica (Cf. T. Scarpa, Stabat Mater) ed un accadere di eventi che educano all’ascolto e alla interiorità. Ben venga questa esperienza nel vasto panorama della spiritualità e cultura romana. “La cantoria è un luogo altro già per la sua collocazione architettonica, non più chiesa e non ancora cielo” , ha affermato Anna Elena Masini presentando la serata patrocinata dall’Ordine della Madre di Dio e onorata da una medaglia commemorativa offerta dal Signor Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Così, “la musica come evento non tangibile”, traccia per i fedeli la strada del suono: si ascolta ma non si vede, preludio del Mistero celebrato. L’esecuzione vera e propria è stata preceduta da due autorevoli interventi. L’architetto Paolo Portoghesi  che ha presentato le forme rainaldine della chiesa di Campitelli.  La trasformazione della città ad opera delle tre figure di spicco, Bernini, Borromini e Piero da Cortona costringono il Rainaldi in questa fioritura architettonica, a creare una “quarta via”. Alessandro VII che commissionò l’opera accogliendo il voto di Roma liberata dalla pestilenza per intercessione della prodigiosa immagine di Santa Maria in Portico, ebbe a cuore la trasformazione della città, egli –ha proseguito Portoghesi- “si occupò di Roma come ci si occupa di una donna amata. Nella sua camera da letto aveva da una parte la bara, dall’altra il modello dell’Urbe”. Il Rainaldi in un primo tempo realizza un progetto ovale di stampo borrominiano, ma l’obiettivo della chiesa-santuario implicò l’idea “del pellegrinaggio”. Così, utilizzando l’ordine classico della Roma imperiale, impresse nell’elemento prospettico “un impianto scenografico che controlla lo spazio attraverso la luce”. La colonna simbolo della Chiesa “indipendente dalla struttura” diventò il modella della “quarta via” architettonica offerta dal Rainaldi. Di seguito l’intervento del Prof. Claudio Strinati ha evidenziato il senso e l’uso della Cantoria. Nella struttura architettonica e simbolica di una Chiesa “il cielo è la cupola e la cantoria è in una posizione intermedia”.  Rainaldi era anche musicista e questo, “ non deve stupire perché la sua formazione si svolge negli anni 20 del seicento dove Roma era la capitale della musica”. In effetti, “il cantare in cantoria è nato in Italia. Un canto che piove dall’alto, non collegabile al dato visivo. Questa fu una concezione mirabile sviluppatasi nel Centro Nord Italia. Il suono che viene dall’alto è portato a salire, caratteristica tipica del Barocco, il cielo che canta la suprema dolcezza della musica che acquieta le passioni che si scatenano nella vita terrena”. Il modello musicale rainaldiano fu quello dell’Oratorio di Carissimi nato nell’ambiente filippino che inventò l’oratorio sacro: “racconto misto tra recitativi e ariosi”.

15 dicembre 2011

Not-okSi conclude in questi giorni a Lariano (Roma) il III Meeting dei Formatori OMD. Iniziato il 5 dicembre con la prolusione del Rev.mo P. Generale che ha affermato: “Costituisce una ulteriore possibilità di scambio e verifica, ma anche grande opportunità di comunione per condividere nelle comunità italiane ed estere il medesimo “Progetto formativo”. L’assise è composta dai formatori dell’Ordine provenienti dall’Italia, dal Cile, dall’India e dalla Nigeria. Dopo una verifica sul lavoro svolto nei diversi percorsi formativi, i padri si sono soffermati a considerare, partendo dalla Ratio Formationis: “Gli strumenti da approntare nella tappa che prepara alla Professione Solenne nell’Ordine. Si tratta di un evento che investe l’intera vita della persona e proprio per questo va preparata a fondo, in maniera consapevole”. Grande spazio le sessioni di lavoro hanno dato alla “chiara determinazione del periodo formativo e quando considerare terminato il tempo della Formazione Iniziale”. Infine, si sono prese in considerazione la verifica dell’inculturazione della Ratio ed altri aspetti metodologici per l’accompagnamento agli Ordini Sacri e al conferimento dei ministeri. “ Una esperienza bella e completa,- ha affermato il P. Generale concludendo il Meeting-   ben organizzata. Si è compiuto un passo avanti sia nella programmazione sia nel chiarimento degli obbiettivi.  Nella misura in cui noi prendiamo parte di questo processo come formatori entriamo nel linguaggio della formazione  prendendone sempre più coscienza. Un vero e proprio cammino di grazia!”.

10 dicembre 2011

MEETING FORMATORI




GiacomettiAlle due di notte nella seconda domenica di Avvento, il Buon Pastore ha accolto fra le sue braccia P. Mauro Giacometti sacerdote religioso dell’Ordine della Madre di Dio, nato a Napoli il 12 maggio 1940 e ordinato presbitero a Santa Maria in Campitelli il 18 dicembre 1965. Attualmente Rettore di Villa Mater Dei a Lariano (RM). Le esequie sono state celebrate nella Chiesa parrocchiale di Santa Maria intemerata martedì 6 dicembre. Durante l’omelia il Vescovo di Velletri-Segni Mons. Vincenzo Apicella, ha ricordato che la numerosa presenza di fedeli e confratelli, è il riconoscimento dell’affetto che lega ciascuno a Padre Mauro, il quale si è distinto per la sua semplicità e generosità. La sua, ha proseguito il vescovo, è stata una “testimonianza alla portata di tutti, egli realizza la parola ascoltata nel Vangelo, figura del Pastore che va in cerca delle pecore”. Quanti ha segnato di umanità, di amicizia e di amore, costituiscono “il corteo che oggi lo accompagna davanti al Signore”. D’altro canto, “le nostre lacrime sono un legame di amore, ma occorre avere attenzione a versarle alla luce del mistero che celebriamo”. Così, ogni qualvolta il mistero della morte colpisce una persona cara, ci viene spontaneo dire “povero!”. “Poveri noi!” poveri nella nostra fede, ha aggiunto Mons. Apicella, “se non entriamo in sintonia con il distacco della morte apparentemente insormontabile”. P. Mauro ha vissuto il tempo della malattia con grande consapevolezza sicuro del fatto che tale “abbandono lo portava nelle braccia del Buon Pastore”.  Strana la malattia, ci accompagna fino alla morte “e poi muore lei per prima”. P. Mauro è stato sacerdote fedele alla Parola e ai Sacramenti li ha dispensati con generosità e costanza per ben quarantasette anni, ora è accolto dal Pastore che porta in sé il premio. “Beato P. Mauro che ricevi oggi quanto hai seminato!”. Al termine della liturgia il saluto ed il commiato del Reverendissimo P. Generale P. Francesco Petrillo che ha portato ai familiari l’affetto di tutto l’Ordine. P. Mauro è stato accompagnato dai confratelli con il segno della candela pasquale al canto mariano del Sub tuum praesidium.

6 dicembre 2011
Sabato 10 Dicembre 2011 11:20

Il P. Generale nella festa dell'Immacolata


Immacolata--okIl P. Generale nella festa dell'Immacolata

Per la sollennità dell'Immacolata Concezione il P. Generale ha inviato ai Confratelli un messaggio tratto dalle parole del Santo Fondatore che incarnò nella sua spirituale il dogma che la Chiesa avrebbe definito secoli dopo. Così in effetti afferma il Santo: 

“Dio, ab aeterno, prima che noi esistessimo, ci ha ricolmati di ogni specie di alimenti squisiti, di animali che diano la lana per produrre ogni tipo di vestito per il corpo, di medicine  fresche  e calde per le nostre malattie.

Tutto questo è perduto perché l’uomo è caduto in quella grande miseria del peccato dalla quale è stata preservata la Madre del Figlio di Dio. Per questo Dio mandò il suo Figlio... (cf Gal 4,4)” (San Giovanni Leonardi, Sermoni, carta 185).
Sabato 10 Dicembre 2011 10:33

Il mondo riconciliato


172Figura anche ingombrante quella del Battista se l’evangelista Giovanni deve impegnarsi a mettere in scena una sorta di quadro didattico attraverso cui esplicitare la corretta gerarchia che deve legare l’ultimo profeta all’autentico messia. L’ambiente che ha generato il Battista e Gesù dev’essere stato abbondantemente contiguo, comune, prossimo, tanto da rendere indiscernibile la linea di confine delle loro rispettive biografie spirituali. Le cerchie dei rispettivi discepoli devono anche essere state tra loro in un qualche antagonismo, forse anche al tempo in cui questo vangelo giovanneo prende forma, chiamandolo dunque al chiarimento sulla natura dei rispettivi maestri. L’evangelista incastona nella lirica del suo prologo una parentesi “dogmatica” incaricata di conferire importanza ma non primato al ruolo del Battista, di riconoscerne il ruolo ma di non equivocarne la natura, di esaltarne la funzione ma di non esasperarne le pretese. Ma non bastando l’unilateralità della sua lezione teologica, l’evangelista Giovanni convoca tutte le voci di una specie di commissione di inchiesta la cui puntigliosità ha lo scopo di produrre la stessa “confessione” del Battista,la sua aperta e inequivocabile dichiarazione di subalternità all’ineguagliabile grandezza messianica di Colui che non viene nominato ma si sa di imminente apparizione. Tutto viene postillato, con quello storicismo tipico che si va riscoprendo in Giovanni, da un preciso riferimento di luogo, che deve imprimere alla scena – e dunque alla confessione – un sigillo di inoppugnabile oggettività storica. In gioco è l’identità del Cristo alla cui più delicata apparizione la presenza del Battista deve aver fatto molta ombra. Come in Marco entrano in gioco il ruolo del battesimo e il richiamo a Isaia, ma che per Giovanni teologo dal volo d’aquila, sono elementi entro cui fare le debite distinzioni, mettendo in luce il senso nuovo e unico che essi acquistano nell’orizzonte della venuta messianica. Pure anticipazioni, ombre tipologiche dei compimenti che diverranno con Gesù, essi saranno il distintivo della scena inaugurale dell’ingresso dell’Altissimo nella storia degli umani. Il battesimo non sarà più emblema di una terapia morale richiesta da un’alleanza avvolta ancora dall’ombra, ma sarà quello operato nello Spirito, autentica ricreazione dell’uomo interiore, nuova genesi dell’umano, operata mediante la carne umana del Figlio, alla cui perfezione definitiva nessuno potrà mai togliere più nulla. Quanto a Isaia, sulla scia della felice immaginazione di un mondo riconciliato alla luce dell’alleanza, con Gesù acquisterà tutto il realismo della forma tipica dell’apparire di Dio nel suo Messia: si vedranno storpi camminare, ciechi vedere, prigionieri in libertà, fragilità recuperate, umanità reintegrate. E tutto questo sarà il segno che Dio opera. La venuta del Regno verrà sottratta all’immaginazione giudiziaria del Battista.Verrà consegnata invece alla letizia di una grazia indefettibile. Quella di cui Paolo insegna a gioire ai suoi cristiani di Corinto. (Giuliano Zanchi)
Sabato 03 Dicembre 2011 17:34

La storia va lavata

Ism171La parola evangelica nasce proprio come esercizio di vigilanza. Marco è uno di quelli che ha avuto occhi per vedere. Quando “Gesù Cristo, Figlio di Dio” si è fatto vivo, lui lo ha riconosciuto. Nel suo perfetto atto di perspicacia teologale. Marco è anche uno di quelli che sa tirare subito i fili della storia, sa collegare le trame spesso invisibili di una vicenda che si spiega a partire da fatti lontani, sa gettare ponti fra l’apparente senzazione del presente e i chiari segni del passato. Stava già nella potente visione del profeta Isaia l’idea di qualcosache ora si traduce, sotto gli occhi di tutti, in un fatto evidente. Marco allora esplicita la coerenza di questa storia che, cantata con passione da un antico profeta, si è materializzata nella presenza reale di un mediatore atteso da sempre. Il primo evangelista, veicolo della testimonianza di Pietro, si disinteressa completamente di ricamare sulle origini umane di Gesù, allacciando la storia direttamente nel punto in cui essa manifesta le sue saldature più incandescenti con l’Antica Alleanza di Israele. La Nuova Alleanza irrompe attraverso l’irruente presenza dell’ultimo profeta dell’Antico Testamento. Il Battista, così Marco lo fa entrare in scena, appare come un personaggio disegnato dalla penna di Isaia, direttamente proiettato dalla sua immaginazione nel cuore di un’alleanza in procinto di rinnovarsi. Di quell’antico spasimo profetico Giovanni conserva tutta la tensione penitenziale, ne eredita l’indignazione, ne prolunga il senso critico, concentrando nell’imminente comparsa messianica l’esigenza di un atteggiamento religioso fondato sulle basi solide di una giustizia anche molto umana e terrena. Giovanni Battista fa ricominciare tutto da qui, da quella conversione con cui, dalla notte dei tempi, il Dio dei profeti chiama la devozione dell’auomo a passare dai sacrifici alla misericordia, dagli olocausti alla giustizia, dalla presunzione di un’appartenenza alla responsabilità di una relazione. A meno di tanto l’avvento del Figlio resterebbe, per l’ennesima volta, un’occasione mancata. La storia va lavata dai molti fraintendimenti con cui essa ha tenuto l’immagine di Dio ostaggio delle caricature umane. Giovanni battezza  e offre il perdono appropriandosi di una pratica  in auge nel calore spirituale che lo circonda. La fa diventare strumento simbolico di una sorta di palingenesi universale di Colui che deve venire sarà la definitiva chiave  di volta e che l’Apostolo Pietro scrivendo con leggittimo ed ingenuo realismo ai suoi cristiani, immagina come un vero dissolvimento della scena terrestre, una fusione al color bianco di tutti gli elementi di fronte alla presenza irresistibile e definitiva del Figlio che ritorna. La voce che chiama nel deserto, attraverso lo strumento riproduttore della liturgia, risuona nel presente di ogni discepolo, echeggia nello spazio di ogni nuovo cammino, ammonisce ancora il battezzato di oggi, mettendogli sotto gli occhi la mai raggiunta corrispondenza alla grazia secondo un battesimo di Spirito. Molto ancora resta da fare. (Giuliano Zanchi)
Not home“Fame d’amore”. Una delle espressioni colorite, ma profonde di P. Alceste Piergiovanni sacerdote dell’Ordine della Madre di Dio, nativo di Tuscania, per oltre mezzo secolo missionario in Cile e fondatore di una associazione che in questi anni ha provveduto all’adozione di oltre mille e duecento ragazzi e ragazze cilene. In Sala Baldini giovedì 1 dicembre, è stato presentato il libro “Ho partorito mille volte. Padre Pier e le sue incredibili storie di adozione”, editrice Ancora della giornalista di Avvenire Lucia Bellaspiga. Per questi ragazzi P. Alceste è stato “il primo Padre”, ha affermato Massimo Palombi Presidente della Pro ICYC Famiglie Adottive in Italia. Non solo, ma: “P. Pier dava il suo nome la data di nascita e la sua stessa vita”. “Ho partorito” gridava nel cuore della notte, incurante dei fusi orari, alle famiglie italiane in attesa. Ma io volevo una femmina e invece sono quattro maschi! “Prendere o lasciare” inesorabile P. Pier. A chi poi manifestava desideri troppo personali, ovvero il bambino deve essere biondo con gli occhi azzurri, P. Pier replicava senza remore: “Fattelo!”. Aspro, ma dal cuore traboccante d’amore. Così Lucia Bellaspiga giornalista di avvenire ha descritto il Padre nella pubblicazione che raccoglie le testimonianze delle famiglie e dei numerosi ragazzi e ragazze che tra di loro si considerano “fratelli” e figli di P. Alceste, senza togliere nulla ai loro genitori naturali e adottivi. “Oggi tutto deve essere a misura dei nostri desideri”, ha affermato Marco Tarquinio Direttore di Avvenire. Tuttavia, “un figlio arriva quando arriva ed è risposta ad una domanda di umanità piena”. Coloro che adottano: “completano la loro umanità specchio della pienezza che accolgono, non scegliibile né assemblabile”. La Giornalista Elsa di Gatti, madre adottiva ha parlato della sua esperienza e delle lungaggini burocratiche che accompagnano l’iter di adozione. Si genera in moti modi; con una immagine di armonia ha coniugato il verbo generare: “Io e mio marito abbiamo sentito la necessità di non essere strumenti isolati ma diventare una orchestra”. La provocazione giuridica è stata accolta dal Senatore Giovanardi rappresentante della CAI che gestisce gli enti autorizzati all’adozione. Tanti, ma ognuno con la sua peculiarità ed il suo carisma. Ha affermato: “i figli non si pagano; è necessaria una battaglia politica e culturale contro chi contrasta le adozioni internazionali”. D’altro canto, ha proseguito: “Il sistema italiano è buono quest’anno sono stati adottati 4000 bambini con 63 enti di adozione, una ricchezza del sistema che non va marginalizzata, ma valorizzata”.

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