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LA SCOMMESSA DI DIO SULL’UOMO

Il cielo, la terra, l’acqua, l’umano che vi è immerso ed il divino che vi si rivela. Il ciclo delle festività natalizie si veste di un significato cosmico. Dalla piccola grotta di Betlemme al fiume Giordano, dal grembo della madre al grembo della terra, ferita dalle acque senza le quali la vita non sussiste. Quelle acque che avvolgono come un manto il corpo divino umano di Gesù, sono acque per noi che amiamo dissetarci alle screpolate sorgenti della nostra sicurezza ed autosufficienza.

Mentre Gesù discende, dicono i teologi nel punto più basso della terra, il suo discendere e risalire annunzia la discesa e rasalita dagli inferi, dove la signoria della morte ha perso la sua scommessa su Dio e sull’uomo. In questa discesa Dio scommette la sua vita sulla fragilità dell’umano. Anche per noi è necessario scendere e risalire, pedagogia della vita che conduce l’uomo al vertice dei suoi giorni e poi comincia la fatica del vivere, il costo del tempo, la paura dell’abisso che rapisce e non restituisce.

Oggi la liturgia ci permette di chinare il nostro volto sulle acque del Giordano. Non sono quelle di Narciso che trova la sua immagine crollando sull’orlo dell’abisso e infrangendosi in modo inesorabile su se stesso. Nella profonda ferita del Giordano che solca la terra, noi riflettiamo in Gesù Cristo la nostra vera immagine. Noi, fatti di terra e di luce, tocchiamo l’abisso ma non lo abitiamo, sfidiamo la profondità e scopriamo un volto ed un corpo che ormai ci appartengono. Il volto ed il corpo di Dio, la nostra carne è la sua carne; la sua vita è la nostra vita, la sua Parola circola tra noi come vento che riempie la terra e fa fiorire il deserto dell’umano vivere.

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