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L’ANNO PAOLINO ATTRAVERSO L’IMMAGINE
La conversione di san Paolo di Ludovico Gemignani (1643 - 1697) nella Chiesa di Santa Maria in Campitelli
Entrando nella Chiesa di santa Maria in Portico in Campitelli, la terza cappella a sinistra è dedicata a san Paolo e costituisce uno dei primi progetti elaborati autonomamente da Mattia De Rossi dopo la morte del suo maestro Bernini nel 1680. È interessante perché connessa con la ricerca berniniana dello spazio totale: l’architetto, nel suggestivo inserto delle tombe piramidali e della policromia degli elementi riduce, rispetto ai progetti berniniani, il numero degli elementi decorativi a vantaggio di una visione più sintetica. La Cappella fu fatta aprire nel 1685 dal cardinale domenicano Raimondo Capizucchi, maestro del sacro Palazzo. Il quadro dell’altare, raffigurante la Conversione di san Paolo, fu eseguito, su commissione dello stesso cardinale Capizucchi, da Ludovico Gemignani (1643-1697). L’artista interpreta il racconto degli Atti degli Apostoli con un linguaggio articolato, frutto della meditata fusione tra grazia e rigore: “Or mentre nel suo cammino si trovava già vicino a Damasco, all’improvviso rifulse intorno a lui una luce dal cielo. Caduto a terra, udì una voce che gli diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” Egli rispose: “Chi sei Tu, Signore?”. “Io sono” disse “quel Gesù che tu perseguiti. Ma alzati, entra in città e ti sarà detto cosa devi fare”. Gli uomini che viaggiavano con lui si fermarono attoniti: udivano la voce, ma non vedevano nessuno…e sebbene i suoi occhi fossero aperti, non vedeva niente” (Atti 9, 4-9). La solenne presenza di Cristo risorto irrompe come luce che squarcia le tenebre delle nubi dell’angolo sinistro e quelle del cuore di Saulo che nel quadro diviene speculare riflesso della luce del risorto. Il racconto degli Atti degli Apostoli, non parla di una visione, ma di una voce a cui immediatamente viene associato un volto: è il Signore. La domanda di Saulo effettivamente è: “Chi sei tu, oh Signore!”, quasi anticipo di un titolo pasquale che suppone la fede nel Kyrios morto e risorto. Il Gemignani, componendo questa scena, ha voluto rendere immediatamente e plasticamente il fatto che per Paolo l’esperienza di Damasco non è stata un sentimento psicologico, un rimorso o un vaneggiamento, ma l’immediato incontro con una Persona, con un avvenimento che ha dato alla sua vita un orizzonte nuovo e con esso una nuova direzione. Si inizia ad essere cristiani grazie a un avvenimento. Sull’accecante rivelazione interiore di Paolo si è soffermato a lungo il Papa Benedetto XVI durante l’udienza generale del 3 settembre 2008 con queste parole che riprendiamo perché ci aiutano a entrare nella emozionate evocazione del quadro conservato nella nostra Chiesa: “San Paolo è stato trasformato non da un pensiero ma da un evento, dalla presenza irresistibile del risorto…essa cambiò la vita di Paolo, in questo senso si può e si deve parlare di conversione”. Nella tela del Gemignani custodita a Campitelli è proprio questo momento ad essere colto. Un asse diretto corre fra il volto di Cristo nella gloria e il volto di Paolo, cavaliere ormai disarcionato e scompostamente caduto in una posa che ne accentua la prepotenza sconfitta. Ma ormai il suo volto sarà illuminato, quasi specularmente, da quello di Cristo, di cui dirà successivamente, a matura evoluzione di questo incontro: “per me infatti il vivere è Cristo” ( Fil 1, 21). La conversione di Paolo sotto l’abile drammaturgia del Gemignani, diventa una nuova versione dell’Esodo, dove la “destra del Signore, terribile per potenza” (Es 15,6), espressa nel braccio teso di Cristo risorto, ha nuovamente “gettato in mare cavallo e cavaliere”, questa volta identificato con Saulo, più prossimo all’esercito del Faraone d’Egitto che si ostina a perseguitare il popolo di Dio e con questo lo stesso Cristo che vive nel popolo perseguitato. Solo dopo questa esperienza esodale e pasquale, Saulo diventa Paolo. Per il Battesimo, dirà in effetti nella lettera ai Romani, “siamo stati completamente uniti a Lui con una morte simile alla sua, e lo saremo anche con la sua risurrezione. Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con Lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato e noi non fossimo più schiavi del peccato” (cf Rom 6, 6-7). Ora è introdotto in una terra nuova, quella dell’amicizia e della grazia di Cristo. Paolo sa che la sua conversione è puro dono di Dio. Gesù risorto ha compiuto questo miracolo. E lo riconosce chiaramente: “Per grazia di Dio sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è in me” (1 Cor 15,10). La fortissima tensione spirituale ed emotiva che domina la composizione trova anche nel cavallo un’affinità che lo rende tutt’uno con il corpo atterrato di Saulo, cosicché la testa dell’animale, che sembra emettere un nitrito verso Cristo, viene a chiudere il triangolo che ha nel suo vertice il volto del Signore glorioso. Nel cavallo è rappresentata la natura che esige anch’essa di essere liberata dalla corruzione e geme come nelle doglie del parto per entrare nella gloria dei figli di Dio (cf Rom 8, 19-23).
P. Francesco Petrillo
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