
Curia Generale dell'Ordine
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La vulcanica fucina della lingua giovannea ha forgiato le metafore più intense che la letteratura evangelica possieda per designare la grazia indicibile dell'appartenenza umana alla vita del Figlio. Il cristocentrismo su cui si fonda il mistero di una nuova alleanza stretta attorno al corpo umano di Gesù ha bisogno di tradursi in analogie elementari, dense, immediate. Cristo è pane, Cristo è strada, Cristo è pastore, Cristo è porta, Cristo è pietra. Tutto quando sia originario e indispensabile. Questa volta Cristo è vite. La metafora intercetta un'attesa umana radicale. Tutti vivono della grazia di essere attaccati a qualcosa e di appartenere a qualcuno. Sentiamo di essere qualcuno solo quando siamo certi di essere di qualcuno. La vicenda esistenziale di ogni essere umano acquisisce la propria densità nella misura in cui mette positivamente alla prova la tenuta dei propri vincoli affettivi, come nella felicità dei bambini a cui si mostra il video di nozze dei loro genitori, nell'instancabile tenacia con cui i vecchi raccontano sempre la stessa storia, nella gioia con cui due innamorati scoprono di essere reciprocamente la dimora uno dell'altra. La rassicurazione è sempre quella: non è il caso che ti porta, c'è qualcuno che ti vuole, esiste un luogo da cui provieni. L'autodefinizione di Gesù, non a caso fatta pronunciare da Giovanni nel contesto di una cena di congedo, salda queste originarie percezioni umane al mondo della vita divina finalmente in procinto di svelarsi in tutta la sua paterna affidabilità. Non siamo le creature di un demiurgo lontano, non siamo prodotti genetici abbandonati al loro destino, non siamo naufraghi dell'esistenza che hanno come unico appoggio la zattera del loro piccolo io. Siamo esseri degni di essere voluti. Viviamo a patto di non recidere il filo che ci collega a quella volontà.