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Giovedì, 02 Aprile 2026 19:16

“Li amò sino alla fine”: il Giovedì Santo dell’Ordine della Madre di Dio

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Nella celebrazione della Messa in Cena Domini, cuore sorgivo del Triduo pasquale, presso la parrocchia di Santa Maria in Portico in Campitelli, il Reverendissimo Padre Antonio Piccolo, Rettore Generale dell’Ordine della Madre di Dio, ha guidato la comunità in un’intensa esperienza spirituale, facendo risuonare con forza il Vangelo di Giovanni: «Gesù, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine».
Fin dalle prime battute dell’omelia, il Padre Generale ha invitato a sostare su questa espressione, proponendone una lettura profonda e concreta: quel “sino alla fine” non indica soltanto il compimento temporale dell’amore, ma la sua radicalità. Gesù ama “sino in fondo”, cioè fino alle estreme conseguenze. Un amore che non si ferma davanti al limite, che non si ritrae dinanzi alla fragilità, ma che si compromette fino a lasciarsi toccare, coinvolgere, perfino “contaminare” dalla debolezza dell’altro.
È proprio in questa prospettiva che si comprende il gesto della lavanda dei piedi, compiuto durante la celebrazione. Non un semplice rito, ma la rivelazione concreta di uno stile: amare significa farsi carico dell’altro nella sua totalità, accogliendone luce e ombra, grandezza e miseria. Gesù – ha ricordato il Padre Generale – si inginocchia davanti ai discepoli proprio mentre conosce il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Pietro. Eppure non si tira indietro: ama anche quando non conviene, anche quando l’altro non sembra “all’altezza” di quell’amore.
Il rito della lavanda dei piedi ha coinvolto alcune espressioni significative della comunità: il nuovo diacono, chiamato a configurarsi a Cristo servo; una famiglia e alcuni ragazzi del cammino di Cresima; alcune religiose, a indicare la vita consacrata. In questa pluralità di volti si è manifestata una Chiesa concreta, fatta di vocazioni diverse ma unite dalla stessa chiamata al servizio e alla carità.
Nel suo intervento, Padre Piccolo ha sottolineato con realismo come l’uomo sia spesso capace di amare “fino a un certo punto”, entro una misura che non comprometta troppo sé stesso. L’amore cristiano, invece, si misura sulla capacità di andare oltre: di amare anche ciò che è ferito, incompiuto, faticoso. Amare non solo “la testa”, ma tutta la persona, “dalla testa ai piedi”, fino a essere disposti a donare la vita.
E proprio su questo punto l’omelia ha offerto una chiave esistenziale molto concreta: dare la vita non è un gesto eroico isolato, ma un esercizio quotidiano. Significa “morire un po’ alla volta”, giorno dopo giorno, al proprio egoismo, per lasciare spazio all’altro. Ci sono giorni in cui amare è facile e luminoso, ma è nei momenti in cui l’amore diventa difficile che si impara davvero ad amare.
Richiamando alcuni episodi evangelici ascoltati nel cammino quaresimale, il Padre Generale ha mostrato come questo amore “fino in fondo” attraversi tutta la vita di Gesù: dalla disponibilità ad aprire il sepolcro di Lazzaro, fino al gesto tenero e profumato di Maria a Betania. Un amore ricevuto e trasmesso, secondo la logica evangelica del dono: «Vi ho trasmesso quello che ho ricevuto». I cristiani, ha ricordato, non sono eroi, ma custodi di una consegna.
Particolarmente incisiva è stata la domanda lasciata alla comunità: siamo disposti ad amarci così nelle nostre case, nelle relazioni quotidiane, nelle situazioni ordinarie della vita? È facile compiere gesti straordinari lontano, ma la sfida evangelica si gioca nella prossimità, nelle relazioni che abitano ogni giorno la nostra esistenza.
La celebrazione ha quindi ricondotto i fedeli al mistero dell’Eucaristia, memoriale vivo dell’amore di Cristo che continua a donarsi. In essa non solo si ricorda un evento, ma si riceve la grazia di amare allo stesso modo: Cristo, presente, continua ad amare “sino alla fine” e rende i suoi discepoli partecipi di questa stessa capacità.
Al termine della liturgia, lo sguardo si è naturalmente rivolto al tabernacolo, segno silenzioso e reale di una presenza che spesso rischia di essere dimenticata. Eppure, proprio lì, abita quell’amore fedele che non viene meno, che continua a inginocchiarsi davanti all’uomo, anche nella sua povertà più profonda.
Un messaggio forte e consolante ha concluso l’omelia: anche quando nella vita non si trova qualcuno disposto ad amare fino in fondo, Cristo rimane. Egli non si stanca di chinarsi sull’umanità ferita, di accogliere e purificare, di amare senza misura. È da questa certezza che può nascere una vita nuova, capace di rendere il mondo più umano perché più conforme al Vangelo.

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