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Nella chiesa di Santa Maria in Portico in Campitelli la comunità ha celebrato con solennità la Domenica delle Palme, aprendo liturgicamente la grande Settimana Santa. A presiedere la celebrazione è stato il Padre Generale, che ha guidato i fedeli in un ingresso profondamente contemplativo nel mistero della Passione del Signore.

La celebrazione si è aperta con la processione delle palme, segno gioioso e insieme profetico dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme: un popolo in cammino, che acclama il Signore e sceglie di seguirlo. Anche questo gesto ha introdotto l’assemblea in un tempo “altro”, un tempo santo in cui la comunità è chiamata a mettersi «dietro al Signore», ripercorrendo il cammino della conversione quaresimale. «Abbiamo aperto solennemente con questa liturgia la grande Settimana Santa», ha ricordato il Padre Generale, sottolineando come anche le porte della chiesa, spalancate, diventino segno visibile di questo passaggio.

Un’immagine evangelica ha orientato tutta la meditazione: Gesù che entra in Gerusalemme cavalcando un puledro. «Ci stiamo mettendo dietro a questo Gesù», ha detto, «che sceglie una bestia da soma, semplice, quasi disprezzata». In questa scelta si rivela il volto di un Messia che non domina ma porta, che «si identifica con colui che porta su di sé il peso dell’umanità». È un invito chiaro: seguire Cristo significa accettare di entrare in una logica di umiltà e di carico condiviso.

Particolarmente suggestivo il riferimento ai mantelli posti come soma e lungo la via: «Il mantello è personale, identifica ciascuno di noi… su quest’asino ci stanno tutti i nostri mantelli». In questa immagine si raccoglie il senso della redenzione: Cristo «si è caricato di tutti gli uomini per portarli fino in fondo», assumendo su di sé la storia concreta di ogni uomo.

L’omelia ha poi condotto l’assemblea al cuore della liturgia del giorno: la proclamazione della Passione. «È il centro, il cuore, il fulcro della nostra fede», ha sottolineato, riconoscendo anche la fatica di un ascolto lungo e impegnativo, ma necessario per entrare davvero nel mistero cristiano.

Un passaggio teologico di grande densità ha riguardato il continuo riferimento, nel racconto evangelico, al compimento delle Scritture. «Tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture»: non come semplice conferma, ma come rivelazione di un disegno. «Gesù non sta improvvisando», ha spiegato, «è come un musicista che esegue uno spartito che è del Padre». Una partitura esigente, che passa attraverso la prova, ma che viene accolta fino in fondo: «Padre, se è possibile… però la voglio eseguire».

Il culmine è nelle ultime parole di Cristo sulla croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato», tratte dal Salmo 22. Non solo espressione di dolore, ma chiave interpretativa dell’intera Passione: un salmo che attraversa l’angoscia e approda alla lode, aprendo già alla prospettiva della risurrezione.

Da qui, l’invito a leggere la storia – personale e collettiva – dentro un orizzonte più ampio: «Non è solo una concatenazione di atti umani, ma c’è un disegno di Dio che si sta dispiegando». Un disegno di salvezza che non elimina la responsabilità umana, ma la attraversa e la supera, capace di trarre bene anche dal male.

Con uno sguardo lucido sull’attualità – dalle ferite delle guerre alle sofferenze dei più deboli – il Padre Generale ha ribadito che la croce di Cristo resta il criterio decisivo: Dio «ha salvato il mondo per mezzo del più grande male», rovesciandone la logica dall’interno.

La conclusione è stata una provocazione diretta e personale: «Quale sangue deve scorrere nelle nostre vene?» Cristo ci ha offerto il Suo, versato nell'amore per la riconciliazione, la vita e la pace. La Passione di Cristo pone ogni credente davanti a una scelta: aderire alla logica della violenza o lasciarsi trasformare dall’amore che si dona fino alla fine. «C’è sempre un’occasione per fidarci di Dio», ha concluso, «per abbandonarci ai suoi disegni e compiere le sue opere».

Così, nella liturgia delle Palme, si apre non solo la Settimana Santa ma anche un cammino interiore: entrare con Cristo nella sua Pasqua, lasciando che la sua vita diventi forma della nostra.

Pubblicato in 2026
Sabato, 19 Marzo 2016 08:19

Veramente quest’uomo era giusto!

363Nella prima domenica di Quaresima, alla fine del racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto abbiamo ascoltato questa precisazione lucana: «dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da Gesù fino al tempo fissato» (Lc  4,13). Ed eccoci giunti al tempo fissatol’ora della passione, l’ora in cui Gesù è nuovamente tentato dal demonio ed è sottoposto a una prova terribile angosciosa: restare fedele al Padre, anche al prezzo di subire una morte violenta in croce, oppure percorrere altre vie, quelle suggerite dal demonio, che portano come promessa sazietà, potere, ricchezza, successo? La passione secondo Luca è davvero l’ora della grande tentazione non solo di Gesù, ma anche dei discepoli, dunque della chiesa…

Proprio durante la cena pasquale, quando Gesù anticipa con dei gesti sul pane e sul vino e con delle parole ciò che gli sarebbe accaduto nelle ore successive, proprio quando svela che la sua è una vita donata, spesa, offerta fino all’effusione del sangue per i discepoli, questi mostrano di entrare in tentazione e di essere sedotti. Innanzitutto uno di loro tradisce l’alleanza della comunità, la nuova alleanza sancita dal sangue di Gesù, consegnandolo nelle mani dei nemici; Luca ricorda poi che, mentre Gesù a tavola serve i suoi stando in mezzo a loro, questi litigano per sapere «chi poteva essere considerato sopra di loro il più grande»; infine Pietro, la roccia, proclama a Gesù una fedeltà che smentirà per tre volte con un rinnegamento. Sì, nell’ora della tentazione i discepoli soccombono alla prova, mentre Gesù lungo tutta la passione si mostra fedele a Dio e ai discepoli…

Venuto al monte degli Ulivi, durante la lotta spirituale decisiva Gesù invita i discepoli a «pregare per non entrare in tentazione»; lui stesso dà loro l’esempio e prega il Padre, restando pienamente sottomesso alla sua volontà, fino ad accogliere l’arresto senza difendersi, senza opporre violenza a violenza, senza mutare il suo stile e il suo comportamento di mitezza e di amore, ma rimanendo fedele alla verità che aveva contraddistinto la sua vita. Pregando, Gesù è entrato nella sua passione, e pregando ha fatto della morte violenta in croce un atto: ha chiesto al Padre di perdonare i suoi crocifissori e, infine, ha invocato Dio dicendogli: «Padre, nelle tue mani consegno il mio respiro» (cf. Sal 31,6). Davanti a Dio, da lui chiamato e sentito come Padre, Gesù ha posto noi uomini e tutta la sua vita, e così è morto: in piena fedeltà a Dio, agli uomini, alla terra da cui era stato tratto come uomo, «figlio di Adamo» (Lc  3,38).

Quella di Gesù è stata una fedeltà a caro prezzo, perché anche in croce è stato nuovamente tentato, simmetricamente alle tentazioni da lui subite nel deserto, all’inizio della sua vita pubblica. Nell’ora conclusiva della sua vita terrena riecheggiano da parte degli uomini parole simili a quelle di Satana: «sei tu sei il re dei Giudei, se tu sei il Cristo, se hai salvato gli altri… salva te stesso!». Ma Gesù non vuole salvare se stesso; al contrario, vuole compiere fedelmente la volontà di Dio, continuando a comportarsi fino alla morte in obbedienza a Dio, ossia amando e servendo la verità. Questo è causa di morte per lui, ma causa di vita per gli uomini tutti!

Quanto a noi che ascoltiamo questo racconto della passione, Luca ci invita a seguire Gesù dal suo essere servo a tavola fino alla sua morte in croce. Allora potremo vedere in lui «l’uomo giusto», riconosciuto tale anche da Pilato, che per tre volte è costretto a proclamare che Gesù non ha mai commesso il male. Guardando a lui, il crocifisso che invoca il perdono per i suoi persecutori e si affida a Dio, entreremo nell’autentica contemplazione, come «le folle che, accorse a quella contemplazione–spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano battendosi il petto». E con il centurione faremo un’autentica confessione di fede: «Veramente quest’uomo era giusto». Sì, Gesù è il Giusto perseguitato, il Figlio di Dio (cf. Sap 2,10-20); è colui che il Padre ha richiamato dai morti in risposta alla vita da lui vissuta, segnata da un amore più forte della morte.

Commento al Vangelo di ENZO BIANCHI 
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